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STORIA DELL'UNIONE SPORTIVA FOGGIA

4 ottobre 2006

 

Un pò di storia gloriosa, che ripercorre le origini del nostro Mitico, e  dolorosa, quando si riferisce al periodo in cui  si guardava al portone del palazzo di giustizia sbirciando chi ne usciva e la faccia che aveva.

La Gazzetta del Mezzogiorno ed altri giornali nazionali e locali pubblicarono in quel periodo alcuni articoli sul Foggia. Qualche articolo l'ho conservato, altri me li ha mandati Franco Cosmai e mi è parso utile inserirli in questa rubrica....a futura memoria!

Oggi possiamo essere soddisfatti per l'odierna situazione  che, con le sue luci e le pochissime ombre, ipoteca un futuro ambizioso.

 

 

 

DALLE ORIGINI..............

Il servizio giornalistico è stato realizzato da Pino Autunno e pubblicato su LA GAZZETTA DELLO SPORT nei giorni 23, 24 e 25  maggio 2000.

 

 

FESTA PER GLI 80 ANNI

             

 

Foggia, rossonero come il Milan

 

<<Saranno maglie rosse perché saremo diavoli e nere perché dovremo mettere paura a tutti>>

 

Millenovecentoventi. Una data, una storia che si mette in moto attraverso ottanta anni di ricordi, di aneddoti, di emozioni rossonere. Foggia ed il Foggia, in realtà, incrociano i loro destini agli inizi del secolo, nel 1909, grazie alla Daunia, la prima formazione di cui si abbia notizia in Capitanata. La sua maglia è a strisce bianconere, i protagonisti di quelle prime sfide fra gruppi rionali si ritrovano al campetto di periferia, nella zona antistante l’Orto botanico, nell’area oggi occupata dal Tiro a segno. Dalla fusione fra l’U.S. Atleta, Maciste e U.S. Pro Foggia nasce lo Sporting Club Foggia. Lo spunto per riunire sotto un’unica società salda tutti i calciatori foggiani è offerto dalla venuta in città del campione italiano Giuseppe Spalla. E’ il maggio del 1920. Al timone della polisportiva viene nominato il colonnello Carlo Gigliotti, il primo presidente che avvia il sodalizio verso una dimensione professionistica. Dopo un breve periodo di inattività, nel febbraio del ’22 lo Sporting si ricostituisce: la mancanza di una sede ne aveva rallentato il processo di crescita, ed il 17 di quello stesso mese con la netta vittoria ottenuta sul 226° Fanteria il sodalizio foggiano dà inizio alla sua attività calcistica vera e propria. I rossoneri si schierano con: Ferraretti; Pilone, A. Formillo; Occhionero, G. Sarti, Fasano; Trotta, Pirone, Giuliani, Comei, D’Onofrio. Gli allenatori non vanno ancora di moda, la direzione sportiva della squadra è affidata a Roberto Fini. Fra i pali, invece, ancora non figura Renato Sarti, presto destinato a diventare la bandiera del Foggia degli anni Venti.

     Ma perché mai la scelta dei colori sociali era ricaduta sul rosso e sul nero? Erano stati i fratelli Tiberini, patiti milanisti, che per affari facevano la spola fra Milano e Foggia, a decantare le gesta del diavolo rossonero al gruppo dei pionieri che la sera si ritrovavano a parlare di calcio sotto il portone del vecchio Tribunale. A scegliere i colori del Milan era stato uno straniero, un calciatore inglese di nome Kiplin.<<Saranno maglie rossonere, rosse perché saremo diavoli, nere perché dovremo far paura a tutti>>.

     Nella seduta del 31 maggio del ’22 del Comitato regionale della F.I.G.C. lo Sporting viene affiliato alla Federazione ed il 18 giugno, per festeggiare l’evento, affronta in amichevole i nero-stellati dell’U.S. Biscegliese, prima formazione che scende al parco Comunale ad affrontare il foggia. Il 16 dicembre sempre il Comitato regionale comunica alla lega Sud le formazioni che hanno i requisiti idonei per partecipare al campionato di 2° Divisione. Esse sono: Bisceglie, Fulgor Molfetta, S.C. Foggia, Acquaviva, Brindisi, Veloce, Enotria, Garibaldino Taranto, Olympia Trinitapoli e Ferrovieri. Per iscriversi al torneo occorrono lire 550. Lo Sporting è ormai una bella realtà, al primo tentativo <<gli irriducibili rossoneri di Capitanata>> centrano una insperata promozione. Renato Sarti e Peppino Comei, però, da soli non sono sufficienti a reggere l’urto di un torneo insidioso come quello di 1° Divisione. L’immediato ritorno in 2° Divisione, quindi, è un fatto quasi fisiologico. Per ottenere una nuova promozione bisogna attendere il 1925: è l’intramontabile Peppino Comei, tornato nel frattempo all’attività agonistica, a piegare in finale con una doppietta la resistenza del Lecce ; e a regalare ai suoi il ritorno in prima Divisione.  Seguono alcune stagioni di transizione nelle quali comunque si segnalano elementi di spicco come il laterale Edmondo Della Valle, destinato a vestire la casacca della Juventus, gli attaccanti molfettesi Giosuè Poli e Giovanni Vicentini, gli ex nazionali Severino Rosso e Giuseppe Giustacchini.

     Nella stagione 1928-29 l’U.S. Foggia (divenuta tale dopo la fusione fra lo Sporting Club ed il Velo Club), sotto la presidenza di Luigi Turtur accede alle finali nazionali, dove sfiora la promozione in B. I tempi sono però ormai maturi per il grande salto. L’avvento in panchina del tecnico magiaro Bèla Karoly segna la svolta: in rossonero approda il bomber italo-belga Alfredo Marchionneschi e, come per incanto, il nuovo impianto di via Ascoli diviene sempre più piccolo per contenere i supporters rossoneri. Nasce il Foggia delle 3M, che prende il nome dai suoi tre irresistibili attaccanti: al trio Montanari-Marchionneschi-Marchetti però non è legata l’impresa della conquista della serie B, che arriva invece nel ’33. In quella squadra non ci sono più nemmeno Karoly, avvicendato in panchina da Tony Cargnelli, e Fioravante Baldi, giovane talento esploso in casacca rossonera e poi approdato in Divisione nazionale, al Torino. Sempre in quegli anni ai rossoneri di capitanata viene affibbiato un accattivante nomignolo: satanelli. E’ il giornalista e musicista foggiano Mario Taronna nelle sue corrispondenze sui quotidiani dell’epoca a coniarlo con successo per la prima volta.

     Il 26 dicembre del ’35 Foggia può finalmente assaporare il gusto del grande calcio. Al campo del Littorio si consuma un evento senza precedenti, in coppa Italia si registra l’esordio di una formazione di serie A, la Roma di Masetti, Monzeglio, Allemandi e Bernardini. Vincono nettamente i giallorossi capitolini (3-0), ma i padroni di casa non sfigurano, meritandosi l’applauso convinto dei propri sostenitori. Un anno più tardi, dopo tre onorevoli campionati di B, si chiude il primo ciclo di successi. L’U.S. Foggia, alle prese con una inattesa crisi finanziaria, retrocede in serie C, categoria che non abbandonerà fino al secondo conflitto bellico. Gli anni immediatamente precedenti la guerra, anche per il calcio sono quelli della provvisorietà, nei quali il Foggia si dibatte fra mille difficoltà. A Stefano Fogli, Ferenc Plemich e soprattutto Angelo Benincasa spetta il compito di mantenere a galla una squadra che, depauperata dei suoi elementi più rappresentativi, è costretta a barcamenarsi. Raffaele De Meo, Vincenzo Marsico, Alido Chiaruttini, Luciano Valentini, Umberto Caputo, Alfredo Galante, Remo Frigerio, Giovanni Bratta, sono alcuni dei valorosi atleti chiamati a difendere in quei terribili anni i colori del Foggia. Sono quasi tutti giovani del posto, spesso rimasti nell’anonimato, e che pure hanno contribuito a scrivere pagine mirabili del calcio di Capitanata.

 

Marsico, un foggiano croce e delizia per 40 anni

 

<<Una vita in rossonero, un piccolo-grande record>>, dice oggi orgoglioso, a 88 anni, un protagonista dell’era dei pionieri, prima da centromediano, poi da allenatore inflessibile

 

    FOGGIA – In prima linea per oltre quarantenni. Prima come roccioso centromediano, poi come tecnico inflessibile dai modi bruschi, talvolta discutibili. Vincenzo Marsico e il Foggia, una storia senza fine. Chi si mette in moto a cavallo degli anni Trenta per concludersi alle soglie del 1960.

     Resta uno dei pochi testimoni del <<Foggia dei pionieri>>, di quella squadra che, agli esordi, grazie ai sacrifici di pochi, riusciva finalmente ad imporsi fuori dagli ambiti strettamente regionali.<<Posso dire di vantare  un piccolo-grande record – sottolinea con soddisfazione Marsico, che oggi a 88 anni si gode una serena vecchiaia nella sua città natale -. In rossonero ho trascorso la mia carriera da calciatore, sono stato compagno di squadra di grandi talenti, ho esordito in B. Ma la gioia più grande forse resta quella di essere stato il primo foggiano nella storia a sedere sulla panchina della sua città>>. Quattordici stagioni, molte delle quali da capitano, a difendere i colori rossoneri al centro della difesa, per sette anni a dirigere la prima squadra fra serie C e IV serie. Oltre 150 presenze da calciatore, circa 200 da allenatore di uno dei personaggi più amati e controversi di 80 di storia del Foggia.<<Non so se ho più dato o ricevuto, visto che per il mio carattere irruento qualcuno mi considerava un personaggio scomodo>>. Ha giocato al fianco di alcuni monumenti del calcio foggiano: da Renato Sarti a Mussi e Ravanello, per finire a Vecchi, Marchionneschi e Sudati.<<Ma se nel calcio sono stato qualcuno – precisa – lo devo soprattutto al grande Giuseppe Giustacchini. E’ stato lui ad insegnarmi i trucchi del mestiere. Giunse a Foggia a fine carriera dall’Ambrosiana Inter, ma in Puglia diede ugualmente un saggio delle sue grandi qualità. Partì come centravanti-boa, poi Karoly lo riportò nel suo naturale ruolo di centrosostegno. Io ero solo un ragazzino, facevo le mie prime apparizioni con la prima squadra. Mi prese in simpatia e fu prodigo di consigli, finii sotto la sua ala protettiva>>. Sono però gli anni immediatamente pre-bellici che hanno lasciato in Marsico un ricordo indelebile.<<Sì, perché è stato in quei frangenti che il calcio foggiano ha espresso un vivaio di qualità. La guerra ridusse all’osso l’organico di prima squadra, eppure quel Foggia si faceva amare perché composto nella quasi totalità dal prodotto locale. A parte infatti Soci e Chiaruttini, giocatori che oggi non sfigurerebbero nemmeno a grandi livelli, c’erano i nostri Frigerio, Caputo, Simone, Bratta, solo per citarne alcuni. Era quello il calcio della provvisorietà, di stenti. Eppure difendere i colori rossoneri era per noi motivo di orgoglio>>.

     C’è stato anche un momento in cui per Marsico stavano per spalancarsi le porte della Divisione nazionale.<<Accadde nel ’38, per un periodo andai in prova al Milan. Più che una fuga da Foggia era un banco di prova. Volevo dimostrare a me stesso di poter competere a certi livelli>>. Una scommessa vinta, anche se poi il suo trasferimento al Nord non si concretizzò per 20 mila lire. Dei suoi trascorsi di allenatore Marsico ha ricordi altrettanti nitidi. Un secondo posto e due terzi posti potevano fare da prologo ad una promozione in B.<<E’ invece dentro di me resta il magone di aver solo accarezzato quel traguardo>>.

 

Foggia scopre il sapore della A

 

Rosa Rosa si  affida a Pugliese, il pirotecnico Mago di Turi, e si gusta  Nocera

 

DALLA RIPRESA ALL’AVVENTO FESCE

 

     La guerra produce dovunque effetti devastanti. Foggia è fra i centri italiani più martoriati, in quei drammatici cento giorni che contraddistinguono l’estate del ’43 la città, che conta poco meno di 80 mila abitanti, viene rivoltata come un guanto. Quarantamila i senza tetto, addirittura 20.298 i morti. Per circa un biennio, il calcio va nel dimenticatoio. Nel settembre del ’44 è ancora una volta Roberto Fini a rendersi promotore della ripresa. Nel febbraio di quello stesso annoi rossoneri avevano rimesso il naso fuori dalle mura di casa, partecipando ad Apricena ad un torneo provinciale con S.Severo, Lucera, Trinitapoli e Cerignola. Era stato Filippo Guglielmi a raggruppare i tesserati disponibili e ad allestire una formazione completamente <<indigena>> in cui spiccavano Giovanni Bratta, Umberto Caputo, Alfredo Galante, e Ciccio Trovatore. E’ proprio nel corso di quel torneo che i satanelli nell’ultimo incontro tornano a calcare il terreno di gioco del campo di via Ascoli. E’ il maggio del ’44. Solo un anno più tardi, sotto la guida di Angelo Benincasa, il Foggia torna a partecipare ad un campionato ufficiale, quello si Serie C e, nel ’46, il campo di Via Ascoli viene intitolato alla memoria di Pino Zaccheria, valoroso atleta foggiano pioniere del basket locale, morto il 4 aprile del ’41 in combattimento sul fronte greco.

     La ripresa dell’attività agonistica regala subito una insperata promozione in B anche se il salto di categoria non è acquisito sul campo, ma decretato per meriti sportivi. Foggia però, che è ancora alle prese con più urgenti problemi da risolvere, si lascia cogliere impreparata all’appuntamento. Con Pietro Andreoli nella duplice veste di calciatore-allenatore prima, e con l’indimenticato Faele Costantino poi, tenta evitare la retrocessione. Il tutto si compie mentre sulla scena irrompe l’Incedit, la costola calcistica foggiana, diventata squadra del quartiere periferico Martucci dove ha sede la Cartiera. Le stracittadine ricreano nuovi entusiasmi nella tifoseria, il campanile diventa assai acceso soprattutto perché sono tanti gli ex rossoneri che, assunti dal Poligrafico, passano sull’altra sponda a rendere competitiva la formazione aziendale.

 

LA PENALIZZAZIONE

 

     A cavallo degli anni ’50 i satanelli, che con Kutik prima e Marsico poi abbandonano il <<metodo>> e si convertono definitivamente al <<sistema>>, navigano con alterne fortune in C. Il ’51 potrebbe essere l’anno buono per il grande salto, ma dopo aver dominato il campionato, l’undici rossonero cede allo Stabia nello sfortunato spareggio del 17 giugno di Firenze. Un anno più tardi, poi, il Foggia precipita addirittura in IV Serie, complici anche i 14 punti di penalizzazione inflitti dalla giustizia sportiva per il presunto illecito commesso nella gara con la Casertana. Al povero Tony Cargnelli, artefice della prima storica promozione in B e che a distanza di vent’anni torna ad allenare in Puglia, non resta così che assistere impotente alla resa della sua squadra. Devono trascorrere due stagioni per rivedere i rossoneri protagonisti: nel ’54 con Lupo alla presidenza e Migliorini in panchina, il Foggia accede alle finali nazionali, dove però cede miseramente al cospetto di Bari, Prato e Colleferro.

 

L’ERA DI NOCERA

 

     Il 1957 è un anno fondamentale nella vita della società rossonera, dopo diversi tentativi finalmente  in luglio il Foggia e l’Incedit coagulano le rispettive forze e danno vita ad un unico sodalizio. Nasce l’U.S. Foggia & Incedit, alla cui presidenza assurge Armando Piccatane; solo un anno più tardi giunge il ripescaggio, e con esso il dodicesimo posto conseguito nel segno di Nardino Costagliola, indimenticato portiere della nazionale, che avvicenda in panchina Marsico. Il Foggia è però ormai in rampa di lancio, nel ’60 arriva puntuale il salto in B che reca in calce la firma di Vittorio Cosimo Nocera, il bomber di Secondigliano che a poco più di 20 anni con i suoi 15 gol spalanca le porte di un traguardo atteso quattrordici anni.

     <<Arrivavo dalla promozione campana – ricorda oggi Nocera, 103 gol in rossonero distribuiti fra serie A, B e C – il Foggia mi pagò un milione e mezzo. A sorpresa Costagliola mi lanciò a Caserta, sostituii l’infortunato Merlo>>. E fu subito un esordio col botto, due gol e prima vittoria in trasferta. La gioia per la promozione è di breve durata, solo una stagione più tardi il Foggia ripiomba in C.. In seno alla società intanto sono in atto profondi stravolgimenti, il nuovo mecenate del calcio foggiano si chiama Domenico Rosa Rosa: è di Castellammare di Stabia, ma i suoi interessi economici da tempo si sono trasferiti in Capitanata.<<Il calcio stava cambiando, bisognava ridare un nuovo assetto alla società – evidenziava l’ex presidente rossonero -. Il Foggia aveva necessità di mettersi al passo con i tempi>>. Così nel ’61 Rosa Rosa si insedia al timone della società ed affida ad Oronzo Pugliese la conduzione tecnica della squadra.

 

 

IL MAGO DI TURI

 

     Il cambio si rivela vincente: il <<mago di Turi>> al primo tentativo centra il ritorno in B, quindi nella stagione seguente addirittura la scalata alla massima divisione. E’ una cavalcata straordinaria, il Foggia centra il traguardo più prestigioso di quaranta anni di storia inanellando 24 giornate di imbattibilità. Il record del Grande Torino è eguagliato. Anche in A le soddisfazioni non mancano, giunge un nono posto insperato, impreziosito dalla straordinaria vittoria ottenuta a spese dell’Inter euromondiale di Herrera. A suggello di una favolosa stagione si registra la chiamata in nazionale di Nocera e Micelli, che precede di pochi giorni l’improvvisa morte di Armanno Favalli, giovane promessa già nelle mire della Juventus, che perde la vita in un tragico incidente stradale.

     Ripartire senza il povero Armanno non è facile, anche perché viene meno il carisma di Pugliese, che cede alle lusinghe della Roma e si trasferisce nella capitale. Il suo posto lo prende il cognato Egizio Rubino ed il Foggia centra la seconda salvezza consecutiva. Ormai però qualcosa si è inceppato nel giocattolo costruito da Rosa Rosa, reggere per il terzo anno il confronto con formazioni più titolate per blasone e consistenza tecnica è impossibile, e così dopo tre indimenticabili stagioni il Foggia torna in B con Cina Bonizzoni, nel frattempo subentrato a Rubino. Subito dopo Rosa Rosa, sfibrato degli ultimi eventi, passa il testimone. Sulla scienza però sta per fare la sua comparsa Antonio Fesce, l’artefice di una nuova epopea per il calcio foggiano.

 

 

De Brita, una bandiera che sventola sul passato

 

     FOGGIA – Quei colori gli procurano ancora emozioni forti. Quelle stesse emozioni che lo assalirono quando, da ragazzino, per la prima volta a soli 17 anni indossava quella maglia che poi sarebbe stata sua sino alla soglia degli anni ’60. Attilio De Brita ancora oggi quando ricorda il suo esordio in rossonero  è assalito da un fremito.<<Arrivavo dalla Nuova Daunia, già far parte della rosa del Foggia quell’anno in C per me era un sogno. Benincasa nella trasferta di Lecce sorprese anche me, affidandomi la maglia numero undici che fino a quel momento si  era contesa Della Pace e Valentini. Il risultato di quella partita? E’ la sola cosa che ho dimenticato in fretta – ride divertito l’ex jolly rossonero, oggi 71 enne e con oltre 200 presenze ed 11 gol all’attivo – perdemmo 6-0!>>.

     Era il 21 aprile del ’46, Foggia usciva in ginocchio dalla guerra, il calcio timidamente tornava a fare la sua comparsa in una città che ancora piangeva le sue vittime. Del Foggia immediatamente post-bellico De Brita è stato l’anima per circa un ventennio, se si escludono le due brevissime parentesi di Campobasso e Monteroni.<<Eppure se vi dicessi che non ho nostalgia di quel periodo direi una bugia – precisa – Navigavamo con alterne fortune fra la C e la IV serie, non c’erano grandi risorse economiche, bisognava accontentarsi di quello che passava il convento, ma fra noi giocatori c’era una grande sintonia. Il vero sostegno morale lo avevamo dai nostri tifosi, sempre passionali e presenti allo Zaccheria: Erano la nostra forza: quante partite abbiamo vinto solo perché era il pubblico a sospingerci verso la vittoria. Oggi invece verso la squadra avverto una disaffezione che non riesco proprio a spiegarmi. Eppure c’è in ballo una promozione……

     Capitano indomito di cento battaglie, una maglia che sentiva proprio come pochi in virtù di quella foggianità di cui spesso faceva vanto, oggi De Brita è uno scrigno prezioso ed inesauribile di ricordi.<<Come non ricordare presidenti del calibro di Formica, Frezza, Lupo, uomini dalle poche risorse economiche, ma dalla grande passione per il calcio e per il Foggia. Dei tecnici invece, oltre a Benincasa, un grande competente, chi non dimentico sono Andrea Kutik, il mio concittadino Marsico e Migliorini, che da al mi seppe reinventare terzino d’attacco. Di compagni d’avventura ne ho avuto tanti ma Diotallevi ed i foggiani Bratta, Citarelli e Trovatore non hanno avuto sicuramente eguali>>, sottolinea De Brita che con la casacca rossonera vanta un altro piccolo record, la vittoria più larga di sempre ottenuta in trasferta dal Foggia nel lontano 4 ottobre del ’53.<<Il  10-0 di Olbia, ricordo anche la nostra formazione: Di Pinto,  Lazzeri, De Brita, Orlando, Ballarin, Gorini; Buonpensiero, Parvano, Piani, Pozzo, Bacci>>.

 

Foggia diventa l’isola del tesoro

 

Da Maestrelli a Zemanlandia targato Casillo-Pavone nel segno dello spettacolo

 

DALL’ERA FESCE AI GIORNI NOSTRI

 

     Promozioni, salvezze, retrocessioni. Gioie e dolori. A, B ma purtroppo anche serie C: c’è tutto questo ed altro ancora negli ultimi trenta anni di storia del Foggia.

     Archiviata non senza qualche rimpianto la fortunata parentesi del patriarca Rosa Rosa, alla fine degli anni Settanta salgono le quotazioni del commendator Antonio Fesce,  figura emergente dell’imprenditoria locale. Fesce, che è Presidente del Consorzio di Bonifica, gode della stima dei foggiani che intravedono in lui l’uomo giusto per riaprire un ciclo. Il neo presidente parte lancia in testa puntando forte su Tommaso Maestrelli, e questi impiega poco per farsi capire. Una sola stagione di transizione ed il Foggia, che nel frattempo ha ripreso la sua originaria denominazione di U.S. riconquista la massima serie. La Serie A però continua ad essere di passaggio, dietro la porta incombe ancora la B, anche se sull’ultima retrocessione s’insinua il sospetto di un complotto ordito per favorire la Fiorentina.

     Fesce è ferito ma non sconfitto, vorrebbe ripartire ancora da Maestrelli, ma sul tecnico toscano, nel frattempo, si sono puntati gli occhi della Lazio. Scocca così l’ora di Ettore Puricelli. L’ex <<testina d’oro>> arriva dal Vicenza ed entra subito in sintonia con il suo nuovo presidente, condividendone le strategie ed avallando alcune cessioni che alleggeriscono le traballanti finanze rossonere. Sembrano le premesse incoraggianti per l’inizio di un felice e duraturo idilli, ed invece la mancata promozione spinge Fesce a cambiare ancora, affidandosi all’esperto Lauro Toneatto. Il commendatore insegue il ritorno in A e, pur di centrarlo, allestisce una formazione di spessore, nella quale brilla la stella del bomber Giorgio Braglia. Sono proprio le prodezze dell’attaccante di origini modenese a spalancare nuovamente le porte della promozione. Il Foggia in A continua però ad essere una meteora, l’anno seguente dal possibile sogno Uefa si passa in pochi mesi alla più assurda delle retrocessioni. I satanelli  virano al quarto posto nel girone di andata , racimolano la miseria di soli nove punti nel ritorno e dunque si riaccomodano in B. Ma c’è dell’altro. Nell’ultima gara della stagione allo Zaccheria è di scena il Milan.

     La partita termina 0-0, ma prima del match un dirigente pugliese consegna all’arbitro Minicucci un Rolex d’oro. Scatta l’inchiesta federale, il foggia finisce sub-judice. Arrivano 6 punti di penalizzazione, verdetto che purtroppo nemmeno il ricorso alla Caf riesce a ribaltare.

 

OBIETTIVO SERIE A

 

     Riappropriarsi della massima serie vuol dire pazientare due stagioni. Nel ’70 è Roberto Balestri, chiamato in corsa a sostituire Cesare Maldini, a timbrare l’impresa. E’ l’anno seguente sotto la guida del redivivo Puricelli i rossoneri riescono finalmente a centrare l’agognato traguardo della permanenza. L’esposizione debitoria del club di via Scillitani, intanto, cresce a dismisura. Fesce cerca disperatamente nuovi partner, ma ormai è sempre più solo nella stanza dei bottoni. Così nel ’78, riecco prima la Serie B e, un solo anno più tardi, addirittura la C1. Il 24 giugno sul neutro di Napoli, contro il Pescara si consuma il dramma della gestione Fesce, dopo 17 anni il Foggia ritorna in terza serie. Sembra l’inizio della fine, ma il presidente dalle risorse infinite trova la forza per centrare l’immediato riscatto confidando sulla rentrèe sulla scena di Ettore Puricelli. Nell’83 con un bel gruzzoletto di debiti sul groppone incombe una nuova retrocessione. La C1 stavolta però resta il minore dei mali. Il 24 aprile dell’84 la sezione Fallimentare del Tribunale di Foggia dichiara infatti l’U.S. Foggia fallita. All’appello mancano 1 miliardo e 59 milioni di versamenti IRPEF.

     Tocca all’imprenditore foggiano Antonio Lioce avviare la sua breve e sfortunata parentesi da plenipotenziario del Foggia. Il suo esordio al timone della società è da brividi, la C2 è evitata per un solo punto.  Scampato il pericolo, il neo presidente rossonero individua nel ds Bronzetti e nel tecnico Gibbi Fabbri gli uomini della svolta. Con costi di gestione assolutamente sovradimensionati per la categoria, Lioce umiliato e indebitato esce di scena.

 

L’ERA CASILLO

 

     Nel settembre dell’86 fanno la loro comparsa due personaggi destinati a scrivere le pagine più esaltanti del calcio di Capitanata. Pasquale ed Aniello Casillo operano nel settore molitorio, sono originari di San Giuseppe Vesuviano ed hanno il fiuto per gli affari. Ma soprattutto hanno fame di gloria e di successi. Rifondano dalle fondamenta l’azienda-calcio Foggia, danno un nuovo assetto alla struttura societaria, affidandosi agli uomini giusti per il rilancio. L’avvocato Finiguerra è il fine cesellatore dei rapporti con il Palazzo, Peppino Pavone l’abile talent-scout in grado di scovare sui campi polverosi delle serie inferiori i talenti del futuro tecnico . Zdenek Zeman il tecnico capace con le sue idee rivoluzionarie di riavvicinare il pubblico allo Zaccheria. Un amore fatto di tradimenti (Zeman si dà al Parma) e di pentimenti (Zeman tornerà dopo la promozione in B targata Caramanno).

     Zeman ed il Foggia si ritrovano la sera del 4 giugno ’89, non si lasceranno più sino al ’94. saranno cinque stagioni scintillanti, inaugurate nel ’90, dalla straordinaria cavalcata record che vale il ritorno sul palcoscenico dorato della serie A. Rambaudi, Baiano, Signori, e poi ancora Mancini, Codispoti, Matrecano, Barone, appartengono alla prima generazione di talenti scoperti da pavone e valorizzati da Zemanlandia, la nuova isola felice del calcio italiano. Il vero capolavoro, però, Zeman lo compie nel ’93 quando, dopo essere stato il principale artefice della diaspora di tutti i migliori, riesce con un manipolo di illustri sconosciuti a centrare una salvezza che ha il sapore della vittoria più bella. Il suo luccicante passaggio da Foggia si lascia dietro un unico, grande rammarico: la mancata qualificazione Uefa, solo accarezzata nel ’94 e svanita sull’ultimo ostacolo, nel derby fratricida con il Napoli.

     Tutte le belle favole, prima o poi, sono però destinate a finire. Anche quella del Foggia. Prima il crack finanziario dell’impero Casillo, quindi l’addio del profeta Zeman, sfiancano una struttura che soprattutto nelle ultime stagioni si era avvinghiata ai suoi personaggi cardine.

     Dal ’95 la storia del club di via Trieste diventa improvvisamente un autentico supplizio: l’ingresso prima della Caripuglia e poi del Tribunale di Napoli coincidono con due dolorose retrocessioni, che riconducono il Foggia nel baratro della C/1. Ed anche quando, nel febbraio del ’99 all’orizzonte spunta una nuova proprietà, la situazione non migliora. Anzi. L’avvento di Franco Sensi, azionista di maggioranza dell’A.S. Roma, purtroppo si materializza a stagione in corso, quando la squadra dopo un avvio incoraggiante comincia a sbandare paurosamente fino a sprofondare in C/2 nel doppio drammatico spareggio playout con l’Ancona.

     Il resto è storia recente, Sensi dapprima vacilla, poi rilancia la sua scommessa, affidando al neo-presidente Nazzaro ed al dg Meluso la ricostruzione. Il Foggia riparte fra lo scetticismo generale, ma Braglia ed i suoi ragazzi alla fine centrano il traguardo sventolato alla vigilia della stagione: l’ingresso nei playoff. Ed ora per festeggiare degnamente i suoi primi 80 anni il Foggia è pronto a rimettersi in moto. Ad attenderlo c’è la C/1.

 

Zeman, l’uomo del rinascimento del calcio foggiano

 

     FOGGIA – Lo hanno definito l’artefice del <<Rinascimento del calcio foggiano>>. Zdenek Zeman, l’uomo che con le sue esternazioni estive di due anni fa ha inferto un duro colpo alle istituzioni del calcio italiano, da queste parti continua ad essere un Mito. Quando tre stagioni fa, in occasione della gara casalinga che il Foggia disputò con il Perugia rifece la sua comparsa da spettatore in tribuna allo Zaccheria, il pubblico scattò in piedi per tributargli un’autentica ovazione. <<Evidentemente significa che il tifoso foggiano ha gradito il lavoro che ho svolto durante la mia permanenza in rossonero – ghigna il boemo, che di Foggia e del Foggia serba sempre un ricordo dolcissimo -. Non potrebbe essere diversamente, le mie prime grandi soddisfazioni professionali sono legate a quegli anni indimenticabili. Eravamo un gruppo eccezionale per qualità tecniche e morali, il meglio che un allenatore possa augurarsi>>.

     Accadeva solo qualche stagione fa, eppure sembra una vita.<<Guai a guardarsi indietro – ammonisce il boemo – sarebbe un errore imperdonabile. Il recente passato è stato avaro di soddisfazioni, ma c’è sempre tempo per rifarsi. L’importante è credere in quello che si fa. Io ho avuto la fortuna di trovarmi a Foggia al posto giusto nel momento giusto>>. In quella che i più hanno definito come la fase congiunturale ideale per il calcio foggiano.<<Esattamente – conferma il tecnico di Praga -. Ma non dimentico i momenti difficili che anch’io ho vissuto sulla panchina del Foggia. A cominciare da quell’esonero dell’86 che non ho mai completamente digerito, per finire al possibile divorzio che stava per concretizzarsi subito dopo il mio ritorno in Puglia. Ricordo ancora la trasferta di Monza che poteva segnare il mio destino in caso di sconfitta. Perdevamo 1-0 e Beppe Signori sul finire rimise le cose in sesto, Qualche settimana prima la storia si era ripetuta. Affrontavamo in casa il Messina. Bisognava vincere a tutti i costi. Ancora lui, Signori, fu il protagonista della vittoria scaccia-crisi>>. Di lì a poco avrebbe spiccato il volo la bella favola di Zemanlandia.

     Zeman, che appena può non disdegna una puntatine a Foggia per riabbracciare l’amico fraterno Aniello Casillo, segue sempre da vicino le vicende della sua ex-squadra.<<Nonostante un finale di stagione in sordina, credo che abbia le carte in regola per centrare l’obiettivo della promozione. La C/2 è un campionato che conosco poco, ma sarebbe un vero peccato vanificare nei playoff il lavoro svolto nell’intera annata. Ora devono venire fuori le motivazioni, l’orgoglio, la voglia di vincere e credo che al Foggia tutte queste componenti non difettano>>.

 

Fine

 

 

 

 

 

Altre storie tratte dal Corriere dello Sport - Stadio

 

Un Rolex per l’arbitro riporta il Foggia in B

 

Un dirigente della società pugliese offre a Menicucci un orologio d’oro prima della partita decisiva con il Milan: scoppia lo scandalo e la squadra di Fesce viene retrocessa.

 ( NESSUNA RETROCESSIONE COLPIVA LE SOCIETA' I CUI DIRIGENTI DONAVANO AGLI ARBITRI OROLOGI DEL VALORE D1 VENTICINQUE MILIONI DELLE VECCHIE LIRE )

     Il Foggia disputava il campionato di serie A nel 1973-74, e durante l’ultima giornata accadde il misfatto. Arrivò il Milan mentre il Verona giocava contro il Torino. I rossoneri lombardi non fecero nulla per impedire ai pugliesi di vincere. Ma per spianare ulteriormente la strada verso la vittoria, un dirigente del Foggia pensò bene di offrire un Rolex d’oro all’arbitro Menicucci. Per errore, alla scena assistette anche un dirigente del Milan che disse:<<Fatti vostri, non ne so nulla>>. Ma la notizia finì su un giornale. Il Foggia, in campo, pareggiò e poi finì sotto inchiesta . nel frattempo, anche il Verona, che si era salvato, era indagato. La partita incriminata era quella con il Napoli.  Qualcuno aveva avvicinato l’ex Clerici invitandolo ad agevolare il successo dei veneti in cambio di una concessionaria Fiat in brasile. De Biase, alla Disciplinare chiese la retrocessione del Verona e la penalizzazione di sei punti per il foggi da scontare nel successivo campionato di A.

     Ma, a causa di un malinteso, l’organo giudicante provvide a retrocedere il Verona obbligando, però, il Foggia a scontare i sei punti di penalizzazione in serie B. I pugliesi confidavano in un verdetto più favorevole da parte della Caf. Ma, in realtà, non cambiò nulla: il Verona venne retrocesso ; i sei punti al Foggia vennero inflitti nel campionato concluso che significò la conferma della retrocessione <<conquistata>> sul campo. Ci guadagnò solo la Samp che riuscì a salvarsi. Squalificato, Fesce finì per essere emarginato in società. Nel frattempo il bilancio cominciava ad assumere contorni inquietanti. L’anno prima, per costruire la squadra che Toneatto aveva portato in A, il presidente non aveva badato a spese chiudendo la campagna-acquisti con un buco di 740 milioni. A salvare il club pugliese provvide Franco Carraio, allora presidente della Federazione. All’epoca, bisognava versare in lega almeno un terzo della somma pattuita per il trasferimento del calciatore ; gli altri due terzi dovevano essere coperti da fideiussioni. Fesce era legato a Carraio da profonda amicizia. Lo incontrò a Roma e gli chiese di invitare Milan, Inter, Roma e Bologna a non richiedere  il versamento di quel famoso <<terzo>>. Carraro, tenendo fede all’antica amicizia, lo aiutò ma quando Fesce gli comunicò le dimensioni del <<buco>>, sbiancò e disse:<<Antonio, ma chi te lì dà questi soldi?>>.

 

1986: CALCIOSCOMMESSE BIS

 

Foggia retrocesso in C2

 

     E arrivò anche il secondo calcio-scommesse.  Erano passati appena sei anni dal primo ma, evidentemente, la malapianta non era stata completamente estirpata. Come nel primo caso, anche in questo secondo c’era un accusatore, un <<super-pentito>>: il faccendiere Carbone. Nella rete rimase impigliato il Foggia. Rimediò cinque punti si penalizzazione che furono scontati nel campionato successivo. Venne squalificato anche Ernesto bronzetti, il direttore sportivo che lascerà a Foggia un’impronta negativa. D’altro canto, Antonio Fesce che del mondo del pallone era un gran conoscitore, a Nino Lioce lo aveva detto:<<Quell’uomo ti rovinerà>>. La profezia si avverò puntualmente. L’esperienza foggiana del ds si trasformò in una lunga collana di errori. Il primo, firmò un contratto che non avrebbe mai dovuto firmare essendo legato, ancora per un anno, con il Messina.<<Il primo luglio sarò regolarmente a Foggia>>, diceva. Ma le pressioni della piazza, le minacce e le penali lo convinsero a restare in Sicilia.

     Bronzetti virò e prese G.B. Fabbri. Apparentemente rifondò la squadra ; in realtà la invecchiò: comprò ventiquattro giocatori costruendo una formazione che rasentava, come età media, i trent’anni. Spavaldamente dichiarava:<<I nostri programmi? Non ne abbiamo. Dobbiamo solo arrivare primi perché se arriviamo secondi vorrà dire che avremo fallito>>. Il primo ad accorgersi che qualcosa non andava, fu l’avvocato Patano:<<Bronzetti ci ha ingannati>>. Il bilancio era pesantissimo: solo la voce stipendi incideva per oltre due miliardi. Fu un disastro che il ds provò a evitare in maniera, diciamo, contorta. Carbone, grande accusatore, svelò che aveva contattato Bronzetti per proporgli il pareggio con il Barletta ; dall’altra parte, avrebbe collaborato l’attaccante Romiti. Per la cronaca, la partita terminò 1-1. Lo scandalo travolse la società. I fratelli Casillo furono invitati a mettere a disposizione soldi freschi per far fronte alla situazione. Pasquale ed Aniello per aderire alle richieste posero come condizione il licenziamento di bronzetti e l’ingresso nel CdA do due uomini di (loro) fiducia. La Disciplinare punì duramente il Foggia: retrocessione in C/2. Lioce si dimise lanciando un ultimo, pesantissimo atto d’accusa:<<E’ stata un’esperienza negativa, ho conosciuto personaggi di bassa lega che frequentano un mondo privo di scrupoli>>.

     Stava per cominciare l’era di Casillo e Zeman. Dopo duecento giorni di trattative, infatti, i due fratelli conquistarono il pacchetto azionario della società: era l’alba del 3 settembre ’86. Da Licata, i Casillo avevano chiamato Zeman (in particolare piaceva ad Aniello). Nel frattempo l’avvocato Siniscalchi era riuscito a ribaltare il giudizio della Disciplinare. Il 28 agosto, infatti, la Caf dispose il ritorno in C/1 del Foggia. La squadra pugliese avrebbe scontato una penalizzazione di cinque punti nel campionato successivo. Stagione che fu anche quella del grande litigio tra Zeman e Pasquale Casillo. Il tecnico, infatti, si accordò nel corso del campionato con il Parma. Casillo lo capì e gli offrì un rinnovo di contratto che il boemo non poteva più accettare. La <<vendetta>> fu tremenda: Zeman venne costretto a fare le valigie e Balestri  venne invitato a guidare la squadra  sino alla fine del campionato.

 

FOGGIA/ PASQUALE CASILLO, UN <<PERSONAGGIO>>

 

Il sogno e il risveglio

 

     Don Pasquale Casillo, ovvero sogno e risveglio di un imprenditore cerealicolo con conoscenze pericolose. Il suo passaggio nell’universo del calcio non può certo essere associato a quello di una meteora ; ammesso e non concesso che di passaggio (cioè di una esperienza già conclusa) si possa parlare. Si dice che il pallone continui ad attrarlo ; si individua alle spalle della Salernitana la sua ombra, lunga e ingombrante. Ipotesi, supposizioni, maldicenze? Probabilmente tutto questo e anche qualcos’altro. Ma quando si ha a che fare con un personaggio sostanzialmente misterioso come lui, si può dire e pensare tutto e il contrario di tutto.

     Il suo crollo (economico e morale viste le accuse che pendono sul suo capo e che sono ancora in attesa di giudizio) è stato improvviso, così come la sua ascesa. Dal piccolo negozio di granaglie di papà Gennaro (<<lo hanno fatto morire di crepacuore>>, diceva commentando le accuse di contiguità camorristica rivolte al genitore), a un impero di duemila miliardi dal commercio nazionale a quello planetario; dalla Capitanata alla Russia. Un impero costruito in pochissimi anni. Keynes sosteneva che dietro i rapidi arricchimenti ci sono sempre segreti inconfessabili: sarà così?

     Un impero simile avrebbe voluto costruirlo anche nel calcio. E sembrava esserci riuscito. Prese il Bologna (<<ma l’ho fatto perché me lo ha chiesto Matarrese>>) portandolo in breve tempo al fallimento ; prese la Salernitana e ottenne discreti successi ; si insediò in cima al club della sua città, la Sangiuseppese, e ottenne buoni risultati. Il meglio di sé lo ha dato a Foggia, minacciando frequentemente l’abbandono:<<Questa città non mi merita. Un giorno o l’altro trasferisco tutto altrove>>. Aveva anche trovato le città in cui coltivare i suoi interessi calcistici. Napoli, tanto per cominciare. L’epoca di Maratona era finita  la squadra vivacchiava tra salvezza e dannazione ; un bel giorno si presentò al San Paolo e un gruppo di <<tifosi>> invocò il suo nome: si disse poi, che nei giorni precedenti, avesse acquistato un discreto quantitativo di biglietti.

     Ferlaino agli assalti dell’allora <<re del grano>>, è riuscito sempre a resistere. Sul punto di capitolare, invece, fu Giuseppe Ciarrapico con il quale Casillo intratteneva rapporti di affari (una società di factoring). Erano i tempi in cui l’ex re delle acque minerali <<scedeva>> frequentemente all’hotel Regina Coeli, in via delle Mantellate (che secondo la canzone cantata da Ornella Vanoni, sono delle suore <<ma a Roma son soltanto celle buie>>). Matarrese pressava: chiedeva la cessione della società. Erano i giorni in cui era possibile incontrare, in un noto ristorante di piazza del Popolo, Don Pasqualone in compagnia di un fidatissimo uomo di Giulio Andreotti (nonché dirigente della società giallorosa). Tra una amatriciana e un piatto di straccetti alla rucola, i due mettevano a punto strategie si assalto che non avrebbero prodotto risultati entusiasmanti.

     Il personaggio Casillo è, ovviamente, pieno di contraddizioni. Soffriva, a volte, di un complesso di persecuzione (viste le inchieste giudiziarie che lo coinvolgono ; forse si trattava di preveggenza). Nel suo ufficio di Via Trinitapoli i giornalisti venivano accolti da un fiume di parole o da perentori inviti a levar le tende.  Le sue battaglie le ha condotte sempre con irruenza. Leggendaria quella per lo stadio Diceva a volte:<<A Salerno hanno i denti (l’Arechi, n.d.r.) e non hanno il pane (la serie A, n.d.r.), a Foggia hanno il pane e non hanno i denti>>. Oppure: <<La squadra è in A, il sindaco e Comune in C>>. Lui avrebbe voluto costruire una bella protesi. Uno stadio da quarantamila posti che, assicurava, sarebbe costato non più di una ventina di miliardi. Il progetto prevedeva lo smantellamento del vecchio Zaccheria per costruire al suo posto un centro residenziale. Un affare da quattrocento miliardi che non andò mai in porto.

     Spesso, per sottolineare (un po’ alla Berlusconi) la sostanziale irrilevanza, all’interno dei suoi affari, dell’impresa calcistica si affidava a una frase piuttosto colorita:<< O’ Foggia è ò pazzarielle è Gennarine>> ; <<il Foggia è il giocattorolo di Gennarino>>, cioè il balocco del figlio, allora ancora piccolo, che spesso, quando lui era impossibilitato ad andare allo stadio, gli raccontava la partita via cellulare. I successi della squadra pugliese portano indiscutibilmente la sua firma. Ma molti dubitano ancora che sua passione per il pallone sia stata <<genuina>>. Glielo scrisse anche un settimanale economico, il Mondo. In pratica, secondo l’estensore di quell’inchiesta, Don Pasqualone avrebbe utilizzato il calcio solo per dare una lucidata all’immagine un po’ rugosa della sua azienda. L’articolo, ovviamente, non piacque e il presidente del Foggia provvide a far scomparire il giornale da tutte le edicole.

 

 

..............AL VIALE DEL TRAMONTO

( ......MA DOPO LA NOTTE SPUNTA SEMPRE IL GIORNO ED E' A QUESTO GIORNO CHE TUTTI NOI GUARDIAMO IMPAZIENTI CON LA SPERANZA CHE SIA REALMENTE UNA BELLA GIORNATA ! )

 

DA PROTAGONISTI WEB

Cattive compagnie

Il Foggia calcio è di Giorgio Chinaglia. Anzi, di uno sconosciuto – e giovane – finanziere italiano che lavora a Londra.


Quando il comandante Galbani, pilota del pic-colo Cessna 550 da 10 posti, lascia l'aeroporto di Roma Ciampino e punta il muso del suo velivolo verso il "Gino Lisa", evidentemente non immagina di portare un po' felicità ai tifosi del Foggia Calcio. A bordo di quell'aereo, atterrato alle 12,05 di martedì 31 ottobre sulla pista dello scalo di Viale degli Aviatori, ci sono sei persone. Tra questi, Giorgio Chinaglia. L'ex bomber della Lazio, attaccante della Nazionale italiana e del Cosmo's, ha vinto il braccio di ferro con Franco Sensi ed è pronto a salire sul trono che fu di Pasquale Casillo negli anni d'oro del Foggia nella massima serie calcistica italiana.
Sensi ha firmato. Ha accettato le nuove garanzie finanziarie presentate da Chinaglia e dai suoi soci e ha ceduto la società che ha stupito, con Zdenek Zeman al timone, l'intera Italia del calcio. Il satanello rossonero non ruota più intorno alla lupa giallorossa, non fa più parte di quella multinazionale del pallone che Sensi, comunque, ha continuato a costruire anche dopo il fallimento foggiano. Nella sala stampa dello stadio "Pino Zaccheria", Chinaglia parla da presidente navigato e irritato: allontana qualche giornalista nel corso dell'affollata conferenza stampa, parla di un accordo quasi certo con Stream per i diritti televisivi delle partite del Foggia e promette alla platea dei tifosi il ritorno in serie A. Dalla C2 alla A in quattro anni: una promozione all'anno. Una sfida da guinness dei primati, promesse impegnative che stordiscono una città intera. L'emicrania calcistica dell'era Sensi sembra ormai finita, acuita negli ultimi mesi da una estenuante trattativa.

 

DAGLI OLANDESI AGLI INGLESI

Giorgione Chinaglia è presidente del Foggia. Aveva già tentato di mettere le mani sulla società poco dopo l'estate. Senza successo. A Sensi non sono bastate le garanzie di una misteriosa società finanziaria olandese (o forse ungherese), probabilmente la stessa che aveva provato a rilevare il Marsala e il Catania. Un preliminare d'accordo per il Foggia era già stato firmato. Ma il petroliere della Roma si era irrigidito dopo il deposito di un assegno, da incassare a giugno, di 400 milioni. E aveva preso tempo. "La finanziaria olandese che vuole acquistare il Foggia è quotata in borsa". Chinaglia, pur di riafferrare l'affare, aveva giocato la carta della grande e misteriosa finanza che si nasconde per non svelare strategie di espansione e nuovi interessi. Niente da fare. Un inamovibile Sensi aveva rinunciato persino a svendere il Foggia: insufficienti le garanzie fornite da Chinaglia. E poi, in caso di fallimento della società rossonera, i creditori avrebbero potuto rivalersi su chi ha accumulato negli ultimi due anni i quasi otto miliardi di debiti. Cioè sulla Roma, proprietaria del cento per cento delle azioni del Foggia. Un rischio inutile e stupido per la lupa che scorrazza nelle chiassose sale della borsa italiana.
L'avvocato romano Vittore Pascucci entra in gioco dopo l'evaporazione di questo primo tentativo. E' lui che trova il nuovo partner, un trentatreenne finanziere italiano, Marco Russo, presidente di una società londinese, la Finmar Capital Investment. Sul Cessna 550 pilotato da Galbani decollato da Ciampino c'è pure lui. Russo, nuovo proprietario di tutte le quote societarie del Foggia, alla conferenza stampa dello "Zaccheria" sembra un pesce fuor d'acqua. "Ho sempre pensato - dice emozionato - di portare il calcio nella mia società. Per il mio gruppo, questa occasione è buona per farsi conoscere. E per farlo c'è un solo modo: i risultati".
Dunque: dopo il primo buco nell'acqua (con gli olandesi), Chinaglia tira in ballo Pascucci. Pascucci trova Russo, che accetta la sfida. Chinaglia, Pascucci e Russo incontrano Franco Sensi. La nuova trattativa dura quattro giorni e, finalmente, va in porto. La Finmar Capital Investment rileva il Foggia, paga in contanti e azzera i debiti della società calcistica. "Si riparte da zero", spiega Chinaglia nella sala stampa dello "Zaccheria", gremita, come al solito, non solo di giornalisti. E si riparte con un Consiglio di amministrazione fatto di figli e fidanzate. Oltre all'ex bomber della Lazio (presidente del Cda) e a Russo, il Foggia che riparte da zero e punta alla serie A in quattro anni è amministrato da Ugo e Giusy Pascucci (figli dell'avvocato) e da Lisa Bianchini, compagna di Russo. Vittorio Galigani è il nuovo direttore sportivo, mentre Vittore Pascucci incassa l'incarico di consulente finanziario. I nuovi padroni recuperano anche una vecchia gloria rossonera, Gianni Pirazzini, due anni fa al fianco di Fabio Brini, allenatore-meteora dei primi mesi dell'era Sensi, poi passato all'Ancona.

 

NUOVI PADRONI
"Protagonisti" incontra i nuovi vertici del Foggia calcio nel pomeriggio di martedì, nella sede sociale di Via Trieste. Chinaglia è seduto ad una scrivania, appunta i numeri di telefono. Del centralino, dell'addetto stampa, del magazziniere, dello stadio… Russo è sempre un pesce fuor d'acqua e al cronista che chiede i nomi di battesimo dei componenti del Cda, quando si arriva alla Bianchini, risponde orgoglioso: "Tengo a precisare che è la mia futura moglie". Sì, ma qual è il nome di battesimo? Russo esita un po', pronuncia una sillaba ("Ma…") seguita dal nome, Lisa.
Colloquio breve, plenario. Chinaglia spiega che la squadra "è nella merda", che lui "purtroppo" sarà sempre a Foggia, che "gli imprenditori locali che hanno avanzato proposte di acquisto hanno solo bluffato". Russo dice di aver già incontrato la squadra: "Una camera mortuaria". Ma quando si parla di soldi e dei termini dell'accordo con Sensi, interviene Pascucci: "Abbiamo azzerato tutti i debiti e ora non vogliamo alcun collegamento con il passato e con gli uomini del passato". Con il passato? Forse con Pasquale Casillo? Recita collettiva: "Chi è Casillo? Non conosciamo nessun Casillo". Dei termini dell'accordo, nessuno parla. Pascucci sottolinea solo che Sensi ha avuto tutti i soldi che ha chiesto. "Cash", in contanti.
Marco Russo non parla nemmeno della sua Finmar Capital Investment. Si limita a dire che "è una piccola bottega finanziaria" e che, quindi, "deve tutelare i suoi clienti, deve essere riservata". In effetti: la Finmar è così riservata da non essere presente sull'elenco telefonico di Londra. Russo sostiene che la sua società ha un sito internet, ma non ne ricorda l'indirizzo. L'ultima parola è di Pascucci: "Sensi ha capito che noi siamo in grado di acquistare persino la Roma. Per questo ha firmato subito l'accordo. Era così contento: si è liberato di un peso…".
Alle 19,20 il Cessna 550 riparte dal "Gino Lisa" per la capitale. Russo ha lasciato intendere che quel velivolo è il suo aereo privato. In realtà è stato noleggiato, è di proprietà della Aeroitalia, una srl romana con sede sociale in Via Casilina e quartier generale all'aeroporto di Ciampino. La Aeroitalia, almeno quella, un sito internet ce l'ha e pubblicizza il servizio aerotaxi a disposizione di illustri, esigenti e facoltosi clienti.

 

MISTER X
Giorgio Chinaglia rientra così nel mondo del calcio. Con un ruolo attivo, non da spettatore o da commentatore televisivo. Promette, per il Foggia, fuochi d'artificio e immediati rinforzi, tra cui i cugini Brian e Sebastian Fuentes, due argentini con passaporto italiano, già acquistati, che potranno giocare con la maglia rossonera solo dopo il primo gennaio.
Fa il suo ingresso, invece, nel calcio, Vittore Pascucci, legale romano finora estraneo al mondo del pallone. E' lui il manovratore, il protagonista dell'accordo con Sensi. E' stato lui a trattatare con il patron della Roma, lui ha cercato e trovato Russo. Quanto sia stato importante il ruolo di Pascucci, lo si capisce dal fatto che nel Cda del Foggia hanno trovato posto i suoi due giovani figli.
Un Vittore Pascucci, avvocato civilista di Roma e imprenditore, è noto per essere stato, nei primi anni '90, al terzo posto della classifica dei maggiori contribuenti di Roma. Noto, anche, perché arrestato con la moglie, Alba Vallone, nel 1988, con l'accusa di aver falsificato 8 miliardi di titoli di stato.
Le piste portano dritto a Flavio Carboni, il faccendiere sardo condannato a 15 anni di reclusione nell'inchiesta sul crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Carboni, il 9 maggio del 1992, è stato arrestato all'uscita dagli studi romani dell'allora Fininvest, dove aveva partecipato ad una trasmissione di Giuliano Ferrara. Per il gip di Sassari, Mariano Brianda, una immobiliare di Carboni, la "Maddalena", aveva ottenuto dal Banco di Napoli un fido di 7 miliardi e mezzo garantito da cambiali false e terreni sopravvalutati. Attraverso la "Maddalena", il finanziere sardo avrebbe cercato di realizzare un centro turistico, Olbia 2. Intorno all'immobiliare di Carboni, ruotavano altre società, tra cui la Sarda Invest '90 e la Mirò '89, acquistare per sei miliardi dall'imprenditore spezzino Tiziano Mugnai. A vendere le due società fu Alba Vallone, moglie di Pascucci, arrestata con l'avvocato romano con l'accusa di aver falsificato Cct per otto miliardi di lire. Socio di Vittore Pascucci era Pierluigi Torri, produttore cinematografico, proprietario di un locale notturno di Roma (il "Number one"), noto per la sua passione per le Roll's Royce e per una evasione da un carcere di Londra nel 1978. Negli anni '70, Torri fu coinvolto in una storia di droga, ricatti e morti misteriose legata al suo night. Pascucci e Torri erano proprietari dell'Eurotrust Bank, un istituto di credito con sede ad Anguilla, nelle Antille Britanniche, e filiali a Malta, Monaco e Roma. Le vicende della Eurotrust sono state narrate, nel 1992, dal settimanale economico "Il Mondo".
"Il nome di questa banca - ha scritto un giornalista del settimanale, Gianfrancesco Turano - ricorre in una serie di vicende legate a recenti inchieste della magistratura. La prima volta accade quando l' Eurotrust, la cui filiale italiana è presieduta da un cittadino maltese, Francis Bonnet, si candida a rilevare la Gima, un'impresa di costruzioni fallita in modo sospetto. La magistratura milanese apre un'inchiesta e il proprietario della Gima, l'imprenditore siciliano Vito Occhipinti, viene condannato per tentata estorsione (23 aprile 1991) nel corso dell'inchiesta sulla Anonima fallimenti. Una seconda volta i nomi dell'Eurotrust e Vittore Pascucci vengono trovati sui documenti sequestrati dalla Guardia di finanza a Giuseppe Jaquinta e Vincenzo D'Ambrosio nel gennaio scorso alla frontiera italo-svizzera. Dalle carte risultano transazioni finanziarie per centinaia di miliardi. I documenti sono stati trasmessi alla magistratura salernitana che ha mobilitato quattro sostituti procuratori per indagare su questa vicenda e sul fallimento dell'Ebi, l'azienda appartenuta a Elio Graziano (con il nome di Idaff) e conosciuta come produttrice della lenzuola d'oro". La Eurotrust fu inoltre coinvolta nello scandalo della Centrale del latte di Verona. Un buco di 3 miliardi e mezzo della società portò all'arresto, sempre nel 1992, di imprenditori e uomini politici locali. "A far crollare il castello della truffa - ha scritto ancora Turano - è stata proprio una fidejussione di 0,4 miliardi concessa dalla banca antillana, che non è autorizzata ad operare in Italia".
Il nome di Pascucci torna in una inchiesta della Procura della Repubblica di Milano che ha coinvolto, nei primi anni '90, Florio Fiorini, Giancarlo Parretti e il boss mafioso Michele Amandini, domicilio a Lugano, capo della Blax Corporation di Vaduz, nel Liechtenstein. I contatti tra Pascucci e Amandini sono noti: fu l'avvocato romano a indicare il nome di un direttore generale della Finlocat Holding, collegata alla Halldomus. La Halldomus era una società che si occupava di raccogliere pubblico risparmio senza avere le necessarie autorizzazioni, poi protagonista di un crack finanziario da 200 miliardi di lire. I pentiti della Duomo connection indicarono in Pascucci il tramite tra le cosche e i giudici, un intermediario che trattava con le toghe compiacenti per tentare di "aggiustare i processi".
Pascucci, negli anni '80, era stato inoltre unico proprietario di una compagnia di assicurazioni, la Pan Ass, poi commissariata a causa di un portafoglio clienti molto disordinato per colpa di un giro d'affari sospetti sulla piazza di Napoli.
Vittore Pascucci è entrato persino in una ricerca dell'Eurispes emblematicamente intitolata "False imprese e falsi imprenditori". Merito della vicenda Eurotrust e in particolare del sequestro, avvenuto il 16 gennaio 1992 alla frontiera italo-svizzera, di documenti relativi a certificati di deposito per 50 milioni di dollari dello strano istituto di credito di proprietà di Pascucci e di Torri. "A carico di Vittore Pascucci - si legge nella ricerca dell'Eurispes - pende un'accusa di tentata truffa connessa ai fondi elargiti in base all'articolo 21 della legge 219, relativa alla vicenda della società Moneta, ubicata a Casalnuovo, in provincia di Napoli, e beneficiaria di circa 14 miliardi".
Ma il consulente finanziario del Foggia Calcio nega tutto. "Non sono io, escludo di essere mai stato proprietario di una banca. Potrei essere stato presidente di una assicurazione, si dicono tante cose", spiega Pascucci, telefonicamente, a "Protagonisti". E' stato presidente di una assicurazione? "No, mai". Ha mai conosciuto, allora, Vittore Pascucci della Eurotrust Bank e della Pan Ass? "Sì, diversi anni fa, ma ora ho perso le tracce. Come sempre voi giornalisti non valutate mai le iniziative in base ai risultati, buttate giù tutto". E ancora, piccato: "A voi non interessa sapere se gli imprenditori sono buoni o cattivi: dovete valutare i risultati". Ma dove esercita la sua professione? "A Roma". Nessun Vittore Pascucci, però, è mai stato iscritto all'ordine forense della capitale. "Facevo il consulente della Sip, mi occupavo solo di finanza - ribatte - e per questo mi sono cancellato dall'ordine". Domanda brutale: perché nel consiglio di amministrazione del Foggia ci sono i suoi figli e non lei? "Non è vero, i miei due figli non sono membri del Cda. Sono ancora molto giovani..." Nel corso dell'incontro di martedì sera nella sede del Foggia, però, Chinaglia aveva dato per certo la presenza di Ugo e Giusy nel consiglio di amministrazione della società. "Quella era solo una proposta", replica Pascucci. (Pochi minuti prima, al telefono, lo stesso avvocato, alla nostra richiesta di una intervista con i figli, aveva detto che quando Ugo e Giusy saranno a Foggia parleranno volentieri con i giornalisti). "Per ora", spiega Pascucci al telefono contraddicendo quanto detto da Chinaglia, "del Cda del Foggia fanno parte solo il presidente, Marco Russo e Lisa Bianchini". Altra domanda brutale: come si chiama sua moglie? "Annamaria...".

 

PASQUALE CASILLO: "MERITATE QUESTO"
"Foggia merita questo e altro". Lapidario Pasquale Casillo, che a "Protagonisti" parla di "stranezze". "Chinaglia fa il giornalista, di Russo non ho mai sentito parlare - spiega l'ex presidente della società rossonera -. La Procura di Foggia dovrebbe interessarsi, così come il sindaco della città: la squadra assicura spettacolo e divertimento, ma non si sa bene chi siano i proprietari di questo giocattolo pubblico. Mi auguro tuttavia che le promesse del nuovo presidente diventino realtà". Casillo esclude ogni suo coinvolgimento nella vicenda: "Al Foggia sono molto legato, non farei mai operazioni al buio, di nascosto". E nega di aver incontrato di recente a Roma, all'Hotel Excelsior di Via Veneto, Giorgio Chinaglia.
La nuova proprietà, intanto, si sta muovendo. Potenzia la squadra, promette ulteriori rinforzi. Dopo, ha spiegato il nuovo presidente, il consiglio di amministrazione affronterà un'altra questione spinosa: i costi fissi della società e in particolare il peso, sul bilancio, dei dipendenti. Nel frattempo, Chinaglia, "purtroppo", come dice lui, sarà in città stabilmente per seguire gli affari del Foggia. "Senza alcun interesse per gli affari del calcio, con obiettivi solo sportivi".


Nostalgia Chinaglia

Amarcord del nuovo presidente rossonero: da figlio di emigrati italiani in Galles ad emigrante di lusso in America. Passando dallo scudetto della Lazio di Maestrelli all'"Azzurro Tenebra" di Stoccarda '74. La vita spericolata di un personaggio sempre fuori le righe. Come quella volta con Valcareggi…

Era scritto nel destino che Foggia dovesse risultare un crocevia importan-
te nella vita sportiva di Giorgio Chinaglia; come quella volta, il 12 maggio del 1974: per la ventinovesima e penultima giornata del campionato di Serie A si disputa all'Olimpico Lazio-Foggia: al 60' l'arbitro Panzino di Catanzaro decreta un calcio di rigore per un inesistente fallo del difensore rossonero Scorsa. Il poderoso centravanti laziale trasforma alla sua maniera: è il gol dell'1-0 finale, che regala alla Lazio il primo scudetto della sua storia e condanna alla Serie B i Satanelli, complice anche il famigerato "scandalo degli orologi" che costò al club rossonero sei punti di penalizzazione. Era l'anno dei Mondiali di Germania, che, come leggeremo più avanti, vedranno Chinaglia al centro di aspre polemiche e oscure trame da intrigo internazionale. Come si conviene ad un personaggio costantemente "border line", esponente ante litteram della "vita spericolata" cantata da Vasco Rossi.
Già, perché la vicenda umana di Giorgio Chinaglia è tutta da raccontare: nato a Carrara nel 1947, fu ben presto costretto a trasferirsi al seguito della famiglia, emigrata in Galles in cerca di fortuna per sfuggire agli stenti dell'Italia del dopoguerra. Quando il "piccolo" (si fa per dire…) Giorgio sbarca nella terra d'Albione conta già una stazza ragguardevole, tanto è vero che viene cooptato nelle giovanili della locale squadra di rugby. Ma la vera passione del ragazzo italiano è la palla rotonda, non quella ovale. Chinaglia entra così a far parte dello Swansea, dove si fa subito notare per il carattere fumantino, che gli costa non poche multe da parte dei severi dirigenti del club. Ivor Allchurch, leggendario attaccante della Nazionale gallese negli anni Cinquanta, è uno che se ne intende, e preconizza per questo ragazzone di origini italiane un grande futuro: "Un giorno tu diventerai un calciatore famoso: hai la stoffa, i mezzi fisici e, quel che più conta, la mentalità del fuoriclasse!". Non così, evidentemente, la pensa il presidente dello Swansea, che congeda in malo modo Chinaglia, regalandogli il cartellino ed una stroncatura che il nostro non avrebbe più dimenticato: "Non ce la farai mai a sfondare nel calcio professionistico!". Complimenti per il fiuto…
Così, nella seconda metà degli anni Sessanta, Giorgione rientra in Italia e viene ingaggiato dal Massa: il club è in Terza Serie, ma l'ingaggio è ottimo ed in più arriva anche un'auto sportiva. Ma la Serie C sta stretta all'esuberante Chinaglia, che sogna l'approdo in un club importante: la Fiorentina ha messo gli occhi sul possente centravanti, che nel frattempo sta espletando il servizio di leva. Anche in grigioverde, però, il ragazzo conserva il suo temperamento turbolento ed indisciplinato, tanto da finire per qualche giorno anche in cella di rigore. La leggenda racconta che, proprio in guardina, gli giunge la notizia del suo trasferimento all'Internapoli. Ancora Serie C, addio Fiorentina e addio (almeno per il momento) ai sogni di gloria. Ma il passaggio sotto il Vesuvio segna comunque una pagina importante nella vita di Chinaglia: a Napoli conosce infatti la bella Connie Eruzione, figlia di un ufficiale italoamericano di stanza in Campania, che a dispetto del vulcanico nome riesce ad irretire il bomber tanto da condurlo, da lì a qualche tempo, all'altare.
Nel 1969 arriva l'incontro con l'altro grande amore della sua vita: la Lazio. La formazione biancoceleste è allenata in quel periodo dall'argentino Juan Carlos Lorenzo, un vero sergente di ferro, il cui carattere focoso si sposa a meraviglia con quello, altrettanto irrequieto, dell'imprevedibile centravanti. Ma al termine della stagione 1970/71, caratterizzata dai ripetuti scivoloni degli aquilotti e da non meno frequenti scazzottate del collerico attaccante, accusato da molti di condurre una vita poco in linea con i doveri d'atleta, la Lazio retrocede mestamente in B. Il presidente Umberto Lenzini decide di ripartire da Tommaso Maestrelli, allenatore del Foggia (guarda un po'…) retrocesso assieme ai laziali in quello stesso torneo. Sta per nascere la squadra-miracolo che nel giro di tre anni sarebbe passata dalla cadetteria allo scudetto: in B Chinaglia fa sfracelli, si laurea capocannoniere con 21 centri e debutta in Nazionale a Sofia, in Bulgaria, il 21giugno '72: entra in campo nell'intervallo in luogo di Anastasi e, dopo appena cinque minuti, segna il gol dell'1-1. E in Serie A continua la cavalcata trionfale: nella stagione '72/'73 arriva un clamoroso terzo posto a due soli punti dalla Juve scudettata, nel '74, come detto, addirittura il tricolore. Prima, però, Chinaglia si toglie lo sfizio di essere uno dei protagonisti della prima, storica vittoria dell'Italia nel mitico tempio londinese di Wembley: è il 14 novembre '73, il perfido pubblico inglese "becca" Chinaglia, ricordandogli velenosamente i suoi trascorsi di "cameriere italiano"; tra i pali Dino Zoff è in vena di miracoli e mantiene la porta inviolata. Ma a pochi minuti dallo scadere, quando lo 0-0 sembra ormai scritto, Chinaglia inscena una delle sue furiose sgroppate sulla fascia, spara contro il malcapitato portiere avversario Shilton che è costretto a respingere proprio sui piedi dell'accorrente Capello che non ha difficoltà a ribadire in rete. Anche oltremanica, evidentemente, la vendetta è un piatto che si serve freddo.
L'esito del Mondiale '74, però, non è altrettanto fortunato: nel corso della prima partita, contro la modesta selezione di Haiti, il selezionatore Ferruccio Valcareggi sostituisce Chinaglia al 69' con Anastasi; il centravanti, furente, non ci sta e con un "Vaff…" in mondovisione all'indirizzo del CT azzurro prende la via degli spogliatoi (dove farà strage di bottiglie d'acqua e quant'altro gli capita a tiro), accompagnando l'uscita di scena con gesti decisamente inequivocabili. Nella delegazione italiana c'è chi spinge affinché l'insubordinato venga subito rispedito in patria, e ci vogliono tutti i buoni uffici di Maestrelli perché la questione si ricomponga. Ma solo per poco: dopo un tremebondo pareggio per 1-1 con l'Argentina, l'Italia si gioca tutto contro la Polonia. E qui arriva il "giallo": Lato e compagni, beati loro, sono già qualificati per la seconda fase ed il giornalista polacco Zbignew Dutkowski - uno che vanta importanti "aderenze" con il CT Gorski - contatta i colleghi italiani Ezio De Cesari, Mario Pennacchia e Piero Dardanello per tentare di "aggiustare" la partita, cercando uno 0-0 che garantirebbe il primo posto nel girone alla Polonia e l'accesso alla seconda fase per gli Azzurri. Il segnale del "patto di non belligeranza" è questo: fuori dalla formazione titolare Szarmach da una parte ed Anastasi e Chinaglia dall'altra. "Questi è meglio tenerli in tribuna - sibila Dutkowski - perché sono imprevedibili e non si presterebbero al gioco". I desiderata del giornalista polacco vengono però sdegnosamente respinti: Anastasi e Chinaglia sono regolarmente della partita, gli avversari fiutano l'aria e si avventano con rabbia contro gli Azzurri, battuti per 2-1 e costretti pertanto ad uscire di scena. L'avventura di Chinaglia in Nazionale si concluderà un anno più tardi, con 14 presenze e 4 gol all'attivo.
La stagione d'oro della Lazio svanisce in fretta: di lì a poco Maestrelli viene aggredito da un male incurabile che se lo porta via il 2 dicembre 1976. Quel giorno Chinaglia, il "duro" per eccellenza, piange come un bambino: "Per me, per tutti noi, è stato un padre: era un uomo grandissimo", mormora fra i singhiozzi. Un mese e mezzo dopo, un assurdo destino strappa alla vita anche Luciano Re Cecconi, un altro alfiere della Lazio scudettata, instancabile, biondissimo motorino di centrocampo che i tifosi del Foggia non più giovanissimi ricorderanno. E Chinaglia, figlio di poveri emigrati dalla Toscana, diventa a sua volta emigrante di lusso e si trasferisce in America, ai Cosmos, per giocare al fianco di Pelé e Beckenbauer. Negli States Giorgione, ormai ribattezzato "Long John", vive ancora sette stagioni ad alto livello, vincendo cinque titoli e sei classifiche marcatori. Ma l'amore per la Lazio è rimasto intatto: è lo stesso Chinaglia che descrive così il suo istinto animalesco: "Dentro di me c'è il richiamo della foresta. E la mia foresta si chiama Lazio". In questa frase c'è tutto Chinaglia: simpatico, spaccone, magari a volte un po' primordiale ma sicuramente genuino. Un personaggio sanguigno, senza peli sulla lingua: come quella volta che, nell'intervallo di un derby, con la Lazio sotto di un gol prese a calci nel sedere Vincenzino D'Amico, che negli spogliatoi cercava un po' di tè per dissetarsi: "Dobbiamo morire, altro che pensare alla sete!", ruggì il carismatico Giorgio. Inutile dire che poi, nella ripresa, la Lazio ribaltò il punteggio e sconfisse gli odiati "cugini" romanisti per la gioia del popolo biancoceleste. Fu per amore, solo per amore, che nel 1983 Chinaglia accettò di diventare il presidente della Lazio: una storia sfortunata, con la Lazio che nell'85 retrocesse in B e rischiò persino di scomparire prima del salvataggio in extremis di Gian Marco Calleri, che scongiurò i fantasmi del fallimento e della Serie C prima di passare la mano a Sergio Cragnotti, artefice del nuovo miracolo biancoceleste. "Fu un errore - ebbe a dire Chinaglia a posteriori - che ho pagato a caro prezzo. In questa avventura ho buttato tutti i miei risparmi. Ma l'ho fatto perché sono stato sempre innamorato di questi colori. Sono caduto e mi sono rialzato un sacco di volte: del resto ho la pelle dura dell'emigrante, di chi sa che rialzarsi e ripartire non è un dramma". Parole che suonano di buon auspicio per un Foggia che, quanto a cadute, non è secondo a nessuno. Ma che ha ancora una gran voglia di rialzarsi e ripartire. Proprio come il suo nuovo presidente.

 

 

 

 

 

DA PROTAGONISTI WEB

Foggia calcio, l’esonero di Pace. Un anno vissuto pericolosamente


pubblicata giovedì 3 gennaio 2002 alle ore 15.20

 

Poco meno di dodici mesi è durata l’avventura di Bruno Pace sulla panchina rossonera. Questa volta c’entra poco il vocabolario del giornalismo sportivo, perché di vera avventura si è trattata. Pace arriva a Foggia a febbraio del 2001, in sostituzione di Ignazio Arcoleo che a sua volta era subentrato a Lorenzo Mancano). Si è all’indomani della domenica di follia dei tifosi, che durante la gara casalinga con il Tricase invadono lo Zaccheria cercando di aggredire i calciatori in maglia rossonera. Pace trova quindi un Foggia al penultimo posto in classifica, con una società traballante e con un ambiente infuocato. A tutto questo si aggiunge la prevista squalifica per quattro turni del campo, che costringerà i satanelli a giocare in trasferta quasi tutte le partite che restano da disputare fino alla fine del campionato. Nonostante tutto al tecnico abruzzese riuscirà l’impresa di evitare la retrocessione e anche la roulette russa dei play out. Alla fine sarà settimo posto, con uno scoppiettante esordio a Fasano, dove i rossoneri vincono 3 a 1. La squadra di Pace si ripeterà ancora a Pozzuoli, contro una Puteolana prima in classifica (1 a 0 il punteggio) e ad Acireale, nell’ultima gara del campionato 2000-2001. A giugno arriva la riconferma di Pace, che resta a Foggia sulla base dei programmi ambiziosi stilati dal proprietario, Marco Russo (nella foto) e dal direttore generale Vittorio Galigani. Arrivano rinforzi importanti, come la punta Vantaggiato dal Nardò, l’ala Costanzo dall’Acireale, il centromediano Catalano dal Catanzaro. La rosa protagonista della salvezza è integralmente confermata, compreso il bomber Molino.

 

Le ambizioni della società crollano prima ancora di cominciare: a luglio finisce in manette Marco Russo, accusato riciclaggio di denaro e truffa. Qui si compie il vero miracolo di Pace, ancor più della insperata salvezza del campionato appena finito. Con la società frantumata dalle polemiche (Russo contro Tommaselli, Tommaselli contro Galigani, Galigani contro tutti…) e per di più con quattro mesi senza stipendio per calciatori e tecnici, con una messa collettiva in mora che porta diritto alla rescissione di tutti i contratti (gli unici ad andar via saranno Molino e Bettini), a tenere motivato il gruppo e unito l’ambiente sarà proprio il buon senso e l’esperienza di mister Pace. Se Zuccarino e soci hanno trovato una società da comprare con un patrimonio di giocatori di buon livello, lo si deve al cemento costituito dall’allenatore abruzzese. Che, messo alla porta Galigani (dall’ex presidente Tommaselli), non ha mancato di indicare fra le righe proprio il nome del Dg quale responsabile di molti malumori nati all’interno dello spogliatoio. Così come non lascia dubbi la posizione dei giocatori, che parlano tutti per bocca del solo capitan Carannante. La riconoscenza non solo non è di questa terra, evidentemente, ma ancor meno del pianeta calcio. Così a Pace, la nuova società, ha fatto mangiare il classico panettone ma gli ha acceso la miccia del botto di fine anno. Un botto che ha significato il benservito senza troppa maniera. E nonostante l’assunzione di responsabilità dei vertici della nuova società, difficile non intravedere dietro l’esonero l’ombra di Vittorio Galigani. Un ingombrante collegamento fra la nuova e la vecchia (nonchè disastrosa) gestione societaria del Foggia Calcio.

 

 

Il Foggia preso a calci

 

La rissa, la guerriglia urbana, le cattive compagnie. Il Foggia calcio vive la pagina più brutta della sua storia. Sabato dovrebbe andare via Giorgione Chinaglia, sostituito da Alessandro Tomaselli, andreottiano, avvocato romano con ambizioni politiche

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Sostiene Marco Russo: il Foggia calcio è mio, il presidente Chinaglia ha fallito e ora, con l'avvocato Alessandro Tomaselli, le cose cambieranno; in ogni caso, tutte le quote della società sono mie.

Sostiene invece Giorgio Chinaglia: Marco Russo non ha tirato fuori una lira, non ha pagato gli stipendi ai giocatori e comunque il Foggia appartiene a una mia società.

Difficile districarsi. Chinaglia e Russo, in pochi mesi di gestione della società hanno, insieme, cambiato diverse volte le carte in tavola. Solo oggi si scopre - lo ha ammesso lo stesso Russo - che le quote del Foggia non sono mai passate alla Finmar Capital Investment, la finanziaria inglese di proprietà del giovane imprenditore, che in un primo momento di credeva fosse la cassaforte dell'operazione.

Nella rissa telefonica mandata in onda da Teleblu la scorsa settimana, Chinaglia e Russo si sono rinfacciati vizi e debolezze. Entrambi, però, affermano di essere proprietari della società calcistica, entrambi non vogliono mollare l'osso, entrambi si preparano allo scontro. Che ci sarà e si annuncia violento.

Per sabato 10 marzo, le previsioni del tempo annunciano piogge improvvise in tutta la provincia di Foggia. Di buon mattino, i consiglieri di amministrazione del Foggia Calcio (Chinaglia, Russo e la compagna di quest'ultimo, Lisa Bianchini), si riuniranno nella sede sociale di Via Trieste. Nei corridoi dell'appartamento che ospita gli uffici del Foggia, ci sarà anche Alessandro Tomaselli, avvocato romano spuntato dal nulla, al quale Russo vuole affidare la società. Pronto, Tomaselli, ad entrare nel corso della riunione per assumere formalmente la presidenza della società. Russo ha i numeri dalla sua parte e solo un altro colpo di scena può cambiare il copione, già scritto e pronto per essere interpretato. Il finanziere ha infatti sottoscritto quote per 49.500.000 di lire su un capitale sociale di 50 milioni. Lisa Bianchini, invece, è titolare delle quote restanti, pari a 500.000 lire. L'atto è del 30 ottobre 2000. Le "azioni" passate a Russo e Bianchini erano della Soinv (Sovietà investimenti immobiliari di Franco Sensi) e di Silvio Rotunno. Prima ancora erano della srl Roma 2000, acquistate da quest'ultma, il 25 ottobre del 1999, dalla A.S. Roma Spa.

Nella rissa televisiva e nello scontro ripreso poi da tutti i giornali, gli insulti e le accuse tra Russo e Chinaglia hanno fatto passare pochi argomenti credibili. Russo ha parlato genericamente di fallimento dell'ex calciatore della Lazio, di una gestione della società da 450 milioni al mese; Chinaglia, invece, continua ad accusare Russo di non aver investito sul Foggia, di non aver pagato gli stipendi ai calciatori e ai dipendenti. Per questa ragione - ha detto il presidente rossonero a Massimo Levantaci della Gazzetta del Mezzogiorno - "Russo non può ritenersi proprietario del Foggia".

Giorgione Chinaglia sostiene inoltre di avere un "contratto" per tre anni. Lo statuto della società, però, non prevede alcun contratto per il presidente del Cda, ma solo una indennità legata al mandato.

Nello scontro, restano le regole, imposte dallo statuto della società e dal codice civile. Formalmente le regole danno ragione a Russo: ha i numeri per poter nominare il nuovo presidente. Tomaselli, il "papabile", ha già detto di essere pronto ad assumere la guida del Foggia Calcio. Lui, sabato mattina, ci sarà. Chissà, però, se si fermerà in città. Il giorno dopo - domenica - la squadra giocherà a Fasano, prima partita dopo la guerriglia di due settimane fa e dopo la multa e la squalifica del campo. Una trasferta delicata, che un presidente da poco nominato dovrebbe seguire. Ma Tomaselli ha un altro impegno in città: il 18 marzo, l'avvocato romano accompagnerà Giulio Andreotti ad un appuntamento politico organizzato dalla corrente andreottiana di Democrazia Europea, la fondazione di Sergio D'Antoni. Tomaselli è da sempre un professionista con la passione per la politica. Ha da poco aderito a Democrazia Europea, proveniente dal movimento dei Democratici Cristiani Europei, a nome del quale è intervenuto, il 13 luglio scorso al congresso nazionale di Rinascita della Democrazia Cristiana. Tomaselli, inoltre, è stato candidato alle elezioni comunali di Roma del novembre del 1997, nella lista Forza Italia-Cdu, portando a casa poco più di 300 voti.

Un nome che spunta dal nulla - Tomaselli, tra l'altro, non ha avuto altre esperienze nel mondo del calcio - porta con sé qualche sospetto. Quello che tiene in scacco una città intera, porta a Franco Sensi. Di nuovo lui.

Il "teorema" è il seguente… Sensi è l'ex proprietario del Foggia. E' stato sindaco - democristiano - di Visso, un paesino delle Marche. Sergio D'Antoni ha indicato il nome del presidente della Roma come candidato sindaco del centro per le prossime Comunali della Capitale. D'Antoni è il presidente del Palermo, società calcistica del Gruppo Sensi. E Tomaselli - ex democristiano, centrista "storico" - aderisce a Democrazia Europea.

Letta così, la scelta dell'avvocato romano alla guida del Foggia, sembra una imposizione di Sensi. Tra l'altro, c'è una fideiussione firmata dal presidente della Roma, che scade il 30 giugno prossimo e che ha consentito alla società rossonera di iscriversi al campionato di calcio di serie C2.

Una norma federale impone, alle società di calcio di quarta serie, l'approvazione di un "bilancio tipo" preventivo. Se i conti di una squadra di C2 vanno oltre i limiti individuati dalla Federazione italiana gioco calcio, serve una fideiussione bancaria per garantire la corretta gestione della società e il pagamento degli stipendi a calciatori e dipendenti. La fideiussione per il Foggia Calcio è stata firmata da Franco Sensi in persona e scade alla giugno. In questi mesi, un avvocato romano amico della famiglia Sensi - un certo De Giovanni o Di Giovanni - ha avuto rapporti con Marco Russo per tentare di sollevare il presidente della Roma dalla fideiussione firmata per il Foggia.

E' vero che Sensi e Russo si sono visti una sola volta, a ottobre, nello studio notarile nel quale è stato siglato l'atto per il passaggio della gestione della società rossonera a Russo e Chinaglia. E' vero anche che quando è stata ufficializzato l'ingresso della nuova proprietà, i rapporti tra il Gruppo Sensi e la cordata Russo-Chinaglia, erano tenuti da Vittore Pascucci, avvocato romano, prima nominato consulente finanziario del Foggia Calcio e poi allontanato da Russo dopo le rivelazioni di "Protagonisti". E' stato Pascucci l'ingegnere societario, il tessitore di trame e alleanze. E' stato Pascucci a convincere Sensi a cedere la società - che allora era indebitata per oltre otto miliardi di lire - agli attuali proprietari. Pascucci era anche il garante, il punto di equilibrio tra Giorgione Chinaglia (un ex calciatore in cerca di riscatto dopo la fallimentare gestione della Lazio) e il giovane e rampante Marco Russo. I due, come ha rivelato in questi giorni lo stesso presidente del Foggia, si sono conosciuti solo alla vigilia del passaggio della società da Sensi ai nuovi proprietari.

Il resto è storia di quotidiane promesse, di spese e di risultati mancati. Chinaglia aveva promesso la serie A in quattro anni, ma si ritrova oggi a considerare il rischio della retrocessione nel Campionato Nazionale Dilettanti. Nel frattempo, in cinque mesi si sono avvicendati tre allenatori (Lorenzo Mancano, Ignazio Arcoleo e, ora, Bruno Pace) e sono cresciute le spese. I 450 milioni al mese di gestione di cui parla Marco Russo, rappresentano una somma verosimile. Se Sensi ha tentato di contenere i costi, Chinaglia e Russo hanno invece esagerato con le spese. Appena insediati, i due hanno acquistato in leasing, dalla Cityfin di Taranto, tre automobili (una Jaguar e due Audi A8); hanno fondato, nei primi giorni di novembre, la "Foggia promotion Srl", una società che ha in esclusiva la gestione dell'immagine, del marchio e di tutta l'attività promozionale legata alla squadra; hanno prodotto una trasmissione televisiva settimanale su Teleradioerre, "Casa Foggia", con l'obiettivo di raccogliere fondi con la pubblicità; hanno, ancora, movimentato un gran numero di calciatori. "Calcio 2000", il mensile diretto da Marino Bartoletti, il mese scorso ha contato il numero di giocatori di tutte le squadre italiane. Il Foggia risulta essere, dopo l'Inter, la società italiana con la rosa di calciatori più ampia. I rinforzi chiamati da Chinaglia, tuttavia, non hanno prodotto risultati sportivi apprezzabili.

Tra i costi va considerato anche il compenso per il direttore generale, Vittorio Galigani, e per lo stesso Chinaglia. Galigani guadagnerebbe 200 milioni l'anno (uno stipendio elevatissimo, considerando che la società milita in quarta serie), mentre Chinaglia incasserebbe addirittura 400 milioni l'anno.

Come se non bastasse, il Foggia ha riassunto una dipendente licenziata da Sensi, Francesca De Finis, creando così un precedente. Il patron della Roma tentò di alleggerire il libro paga - considerato pesante persino per una società di serie A - e cominciò a licenziare i dipendenti. Ma la riassunzione di una lavoratrice è diventato un "pericoloso" precedente: gli altri lavoratori, che nel frattempo hanno promosso una vertenza di lavoro, tenteranno di rientrare a Via Trieste. Infatti: dopo De Finis, è stato riassunto un altro dipendente licenziato da Sensi.

Eppure questa compagine societaria si presentava solida. I capitali di Russo sembravano ben custoditi nei conti inglesi della Finmar Capital Investment e i quasi due miliardi di lire dello sponsor Victoria Fintrade (un'altra società inglese, che si occupa però di programmi di cooperazione con i Paesi in via di sviluppo e finanzia infrastrutture nell'Europa dell'Est), pareva potessero garantire un futuro tranquillo al Foggia.

I primi segnali della crisi arrivano nei primi giorni di febbraio. La sera del 2, nel corso della trasmissione di Massimo Marsico a Teleblu (la stessa dello scontro dell'altra settimana tra Chinaglia e Russo), Vittorio Galigani conferma le voci secondo le quali Russo vuole dimettersi. "Marco Russo - dice Galigani - si è reso conto che una società di calcio deve essere seguita, e siccome i suoi impegni finanziari non gli permettono di poterlo fare con assiduità sta pensando di disimpegnarsi dal Foggia. Chinaglia sta cercando altri finanziatori disposti a prendere il posto di Marco Russo. Una cosa è certa: il Foggia non verrà abbandonato". Domenica 12 febbraio, a margine della partita col Campobasso, Chinaglia fa l'annuncio ufficiale. "In settimana - dice il presidente del Foggia - ci sarà il nuovo assetto societario. Mi intesterò tutte le quote. Sono riuscito a trovare le risorse finanziarie per garantire un futuro tranquillo al Foggia per almeno sei anni. Credo fermamente nel mio progetto e mi impegnerò affinché il Foggia calcio torni ad essere la società di un tempo".

Giovedì 15 febbraio circolano addirittura le voci sulla firma di un "pre-accordo" raggiunto nello studio del notaio Livio Colizzi di Roma. Si parla di un preliminare di intesa che prevede il passaggio delle quote prima a Chinaglia e in seguito a misteriosi finanziatori francesi.

Poi arrivano gli incidenti nella gara interna col Tricase. Il Foggia chiude il primo tempo sotto di un gol. I tifosi - che già erano pronti all'invasione di campo nel corso di Foggia-Campobasso - lanciano una "bomba con effetto pirotecnico" nei pressi della porta avversaria. L'arbitro sospende la partita e fuori comincia la guerriglia urbana, durata quasi due ore. Il giudice sportivo, dopo qualche giorno, decide di multare il Foggia: venti milioni di lire. Troppi, per una società che non paga gli stipendi ai calciatori da qualche mese. Russo sbotta. In televisione Chinaglia attacca e Russo ricambia la cortesia. I due si scontrano sugli stipendi, sulla gestione, sulle automobili in leasing, sui compensi, sui debiti e sulle "cattive compagnie" (Pascucci?). E' una rissa di cortile in diretta tv.

Sabato 10 marzo, l'epilogo. La presidenza del Foggia dovrebbe passare ad Alessandro Tomaselli, avvocato andreottiano. E Franco Sensi è nervoso per la sua fideiussione. Molto nervoso

 

 

 

Meteora Pascucci

 

Nei primi anni ’90 si è appuntato al petto la medaglia di bronzo dei contribuenti capitolini. Un terzo posto nella classifica dei 740 di Roma, che ha dato un po’ di notorietà a un avvocato-imprenditore giunto da San Bartolomeo in Galdo, in provincia di Benevento. In realtà Vittore Pascucci, arrestato lunedì 23 luglio dalla Guardia di Finanza insieme a Marco Russo, Aldo Anghessa e ad altre sei persone, era già noto. Nelle aule di Tribunale. Noto per essere stato arrestato, nel 1988, insieme alla moglie, Alba Vallone, con l’accusa di aver falsificato otto miliardi di lire di titoli di stato. Noto per i suoi collegamenti con Flavio Carbone Noto, ancora, per la sua amicizia con Pierluigi Torri, produttore cinematografico, proprietario di un locale notturno di Roma (il "Number one") al centro di una storia di droga, ricatti e morti misteriose.

Pascucci arriva a Foggia con Marco Russo e Giorgio Chinaglia. Quest’ultimo, dopo il primo fallimento delle trattative per l’acquisto del Foggia Calcio, aveva contattato l’avvocato beneventano per tentare di trovare capitali, imprenditori e garanzie per convincere Franco Sensi a mollare la società rossonera. Fu Pascucci a presentare Russo a Chinaglia. E Russo si presentava bene: finanziere londinese, giovane, rampante, capo di una società finanziaria londinese, la Finmar Capital Investment. “Una piccola, discreta bottega finanziaria”: così Russo, la sera della presentazione alla città della nuova compagine societaria del Foggia, aveva definito la sua attività. Molto discreta, così discreta da non avere nemmeno un recapito telefonico a Londra.

Pascucci, dall’operazione Foggia calcio, incassa l’incarico di consulente finanziario della società. Non entra nel Consiglio di amministrazione. Tenta, piuttosto, di far entrare i suoi due figli. Nell’atto di acquisto della società rossonera, figurano i due Pascucci boys, indicati come componenti del Cda “previa accettazione degli stessi”. I due, in seguito, non fecero alcun atto formale e non entrarono nella società. Perché nel frattempo Pascucci, dopo le rivelazioni di “Protagonisti” sul suo passato, fu bruscamente messo alla porta.

Un esordio brevissimo nel calcio. Una meteora. Che però allunga tutta la sua ombra sulla nuova società.

Il nome di Pascucci porta dritto a Flavio Carboni, il faccendiere sardo condannato a 15 anni di reclusione nell’inchiesta sul crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. Carboni, il 9 maggio del 1992, è stato arrestato all’uscita dagli studi romani dell’allora Fininvest, dove aveva partecipato ad una trasmissione di Giuliano Ferrara. Per il gip di Sassari, Mariano Brianda, una immobiliare di Carboni, la "Maddalena", aveva ottenuto dal Banco di Napoli un fido di 7 miliardi e mezzo garantito da cambiali false e terreni sopravvalutati. Attraverso la "Maddalena", il finanziere sardo avrebbe cercato di realizzare un centro turistico, Olbia 2. Intorno all’immobiliare di Carboni, ruotavano altre società, tra cui la Sarda Invest ’90 e la Mirò ’89, acquistare per sei miliardi dall’imprenditore spezzino Tiziano Mugnai. A vendere le due società fu Alba Vallone, moglie di Pascucci, arrestata con l’avvocato romano con l’accusa di aver falsificato Cct per otto miliardi di lire.

Pascucci era amico e socio di Pierluigi Torri. Insieme hanno condiviso a lungo la proprietà dell’Eurotrust Bank, un istituto di credito con sede ad Anguilla, nelle Antille Britanniche, e filiali a Malta, Monaco e Roma. Le vicende della Eurotrust sono state narrate, nel 1992, dal settimanale economico "Il Mondo".
"Il nome di questa banca - ha scritto Gianfrancesco Turano - ricorre in una serie di vicende legate a recenti inchieste della magistratura. La prima volta accade quando l’ Eurotrust, la cui filiale italiana è presieduta da un cittadino maltese, Francis Bonnet, si candida a rilevare la Gima, un’impresa di costruzioni fallita in modo sospetto. La magistratura milanese apre un’inchiesta e il proprietario della Gima, l’imprenditore siciliano Vito Occhipinti, viene condannato per tentata estorsione (23 aprile 1991) nel corso dell’inchiesta sulla Anonima fallimenti. Una seconda volta i nomi dell’Eurotrust e Vittore Pascucci vengono trovati sui documenti sequestrati dalla Guardia di finanza a Giuseppe Jaquinta e Vincenzo D’Ambrosio nel gennaio scorso alla frontiera italo-svizzera. Dalle carte risultano transazioni finanziarie per centinaia di miliardi. I documenti sono stati trasmessi alla magistratura salernitana che ha mobilitato quattro sostituti procuratori per indagare su questa vicenda e sul fallimento dell’Ebi, l’azienda appartenuta a Elio Graziano (con il nome di Idaff) e conosciuta come produttrice della lenzuola d’oro". La Eurotrust fu inoltre coinvolta nello scandalo della Centrale del latte di Verona. Un buco di 3 miliardi e mezzo della società portò all’arresto, sempre nel 1992, di imprenditori e uomini politici locali. "A far crollare il castello della truffa - ha scritto ancora Turano - è stata proprio una fidejussione di 0,4 miliardi concessa dalla banca antillana, che non è autorizzata ad operare in Italia".
Il nome di Pascucci torna in una inchiesta della Procura della Repubblica di Milano che ha coinvolto, nei primi anni ’90, Florio Fiorini, Giancarlo Parretti e il boss mafioso Michele Amandini, domicilio a Lugano, capo della Blax Corporation di Vaduz, nel Liechtenstein. I contatti tra Pascucci e Amandini sono noti: fu l’avvocato romano a indicare il nome di un direttore generale della Finlocat Holding, collegata alla Halldomus. La Halldomus era una società che si occupava di raccogliere pubblico risparmio senza avere le necessarie autorizzazioni, poi protagonista di un crack finanziario da 200 miliardi di lire I pentiti della Duomo connection indicarono in Pascucci il tramite tra le cosche e i giudici, un intermediario che trattava con le toghe compiacenti per tentare di "aggiustare i processi".
Pascucci, negli anni ’80, era stato inoltre unico proprietario di una compagnia di assicurazioni, la Pan Ass, poi commissariata a causa di un portafoglio clienti molto disordinato per colpa di un giro d’affari sospetti sulla piazza di Napoli.
Vittore Pascucci è entrato persino in una ricerca dell’Eurispes emblematicamente intitolata "False imprese e falsi imprenditori". Merito della vicenda Eurotrust e in particolare del sequestro, avvenuto il 16 gennaio 1992 alla frontiera italo-svizzera, di documenti relativi a certificati di deposito per 50 milioni di dollari dello strano istituto di credito di proprietà di Pascucci e di Torri. "A carico di Vittore Pascucci - si legge nella ricerca dell’Eurispes - pende un’accusa di tentata truffa connessa ai fondi elargiti in base all’articolo 21 della legge 219 (la legge sulla ricostruzione post-terremoto in Irpinia, ndr), relativa alla vicenda della società Moneta, ubicata a Casalnuovo, in provincia di Napoli, e beneficiaria di circa 14 miliardi".

 

 

 

 

Un prestigiatore poco Russo

Dalle vacanze a Mattinata alle meno accoglienti celle del carcere romano di Regina Coeli. Senza tappe intermedie. Con accuse pesanti che vanno dalla truffa, al furto, al riciclaggio. Il patron del Foggia calcio, Marco Russo per gli investigatori non è quel finanziere d’assalto che vantava di essere, con tanto di aerei privati, pagamenti cash, interessi in vari e disparati campi dell’economia, grandi possibilità economiche, ma un ottimo prestigiatore, questa la definizione più calzante, che agiva sui mercati telematici europei. Un illusionista capace con pochi click sul mouse di un computer di creare disponibilità finanziarie enormi quanto volatili. Insieme a lui, lunedì 23 luglio, sono finite in galera altre 8 persone: Vittore Pascucci, Aldo Anghessa, Giuseppe Di Bari, Piero Nicita, Domenico De Falco, Lorenzo Carbone, Domenico Russo e Vincenzo Rositano. Tutti già noti alle forze dell’ordine, impelagati in parecchie pagine grigie della nostra storia. L’unico incensurato, spiegano alla Guardia di Finanza, è Domenico De Falco, figlio di un noto boss della camorra, legato al clan di Francesco Schiavone, in arte Sandokan. Rositano sarebbe legato alla ‘ndrangheta, Russo ha precedenti per associazione a delinquere. Per Pascucci e Anghessa meglio aprire un capitolo a parte.

Un’allegra compagnia che rischia di mettere ulteriormente nei guai il Foggia. Al nucleo di polizia valutaria della guardia di finanza interessa la provenienza di quelle trecentomila sterline pagate da Russo a Franco Sensi (ascoltato come persona informata dei fatti) per l’acquisto delle azioni, sottoposte a sequestro preventivo. Non sarebbero, tanto per parlar chiaro, frutto dei classici sudati risparmi.

 Apparizioni e sparizioni

Centro delle indagini è proprio Marco Russo, 32 anni, personaggio a dir poco rampante, sul quale le fiamme gialle indagano da un anno e 7 mesi. Tutto parte da una “lampadina rossa”, una segnalazione di un istituto bancario all’Ufficio italiano cambi: strane transazioni, fondi di investimento sospetti. Una lampadina di allarme che ha destato l’interesse del nucleo di polizia valutaria: diretto dal generale Francesco Cerreta e dal colonnello Mario Clementi, il tenente Mario Proto si è attaccato al computer per cercar di capire cosa stava succedendo. Per trasformare quella singola lampadina rossa in un albero di Natale c’è voluto più di un anno e mezzo. E le indagini sono ancora in una fase iniziale. Gli investigatori dicono che il loro lavoro comincia adesso, dopo le 33 perquisizioni effettuate in mezza Italia nei giorni scorsi, dopo le tante carte e partecipazioni azionarie acquisite. E soprattutto lavoreranno sul materiale sequestrato a Russo. Sui due supercomputer che costituivano la sua base operativa, il suo ufficio virtuale, insieme alla gran varietà di telefonini che portava sempre con sé Il pc personale del patron del Foggia si accende soltanto con le sue impronte digitali. Una misura di sicurezza estrema che incuriosisce ancor di più il tenente Proto. Di certo non è un investigatore classico, di quelli con la lente di ingrandimento e la pipa in bocca. E’ una via di mezzo tra un tecnico informatico e un esperto operatore finanziario. Cercatelo se avete bisogno di un consiglio per un investimento. Transazioni miliardarie, fondi che appaiono e scompaiono nel giro di un batter d’occhio, garanzie, password d’accesso ai mercati telematici ristretti, quello riservati ai cosiddetti investitori istituzionali, quelli talmente solidi che non hanno bisogno di presentazioni. E poi ancora titoli rubati che fanno la loro comparsa in paesi dall’altra parte del mondo. Insomma, c’è da perderci la testa. Le transazioni avvenivano tutte all’estero. Russo stesso ha la residenza a Londra, in Italia non ha mai presentato una dichiarazione dei redditi al fisco. Il sogno di ogni contribuente. Eppure il meccanismo ricostruito dal magistrato che conduce l’inchiesta, il pm Francesco Polini, con il raccordo della Direzione nazionale antimafia e il coordinamento della Direzione distrettuale antimafia di Roma, sarebbe anche semplice. Io presento delle garanzie, una banca mi apre una linea di credito, che utilizzo per transazioni o per garantire fondi investimento dal rendimento superiore al 100% (avete presente il meccanismo delle catene di Sant’Antonio?). Faccio sparire le tracce di quei soldi, insomma. E quando qualcuno si accorge che erano soldi finti ormai è troppo tardi.

 Questione di “evidenze fondi”

Sembra semplice, ma a dir la verità non è lo proprio. Anche perché in Italia questo sistema di garanzie non è accettato. Alla base di tutto stanno le “evidenze fondi”. Due parole magiche nel sistema telematico di negoziazione chiamato “Euroclear”. Non soldi, ma una sorta di dichiarazione telematica della tua disponibilità Una banca garantisce che il signor Tizio è coperto. Gli viene attribuita una “swift”, un codice che gli permette di usufruire di una cospicua linea di credito via internet e di operare sul mercato. Si tratta, come accennato prima, di un mercato ristrettissimo, riservato agli investitori più affidabili, un sistema internazionale che sfugge al controllo diretto di qualsiasi autorità locale. Russo è un clandestino in questo ambito. La sua bravura consiste proprio nel procurarsi queste evidenze fondi e la relativa swift. La guardia di finanza parla di buone conoscenze negli ambienti bancari internazionali e di una grande abilità informatica. Una sorta di spregiudicato pirata della negoziazione. Questa sua abilità gli ha procurato parecchi clienti, gli altri arrestati, che non avrebbero legami tra loro ma sarebbero accomunati soltanto dal legame con Russo. Per questo, al momento, non è scattata l’accusa di associazione a delinquere. Ma clienti di cosa? Anche in questo caso meglio ricorrere a una banalizzazione per evitare di avviarci lungo sentieri tortuosi e sconosciuti ai più. Ho bisogno di soldi, non voglio comparire – e visti i nomi non è difficile capirne la ragione – chiamo l’amico Russo. Che in un batter d’occhio si procura i fondi necessari gli fa compiere giri vorticosi attraverso paradisi fiscali e società finanziarie e alla fine me li consegna. In cambio si prende una percentuale. Sia chiaro: in realtà i soldi come li conosciamo noi comuni mortali, le banconote e le monete, non si muovono mai. Circolano soltanto le linee di credito telematiche, le garanzie. Tutte operazioni “bank to bank” da banca a banca, tutto rigorosamente estero su estero, in maniera da evitare i fastidiosi controlli degli istituti di credito italiano, che di questo circuito hanno scelto di non far parte. E ancora una volta è inutile spiegarne le ragioni.

Tagliamo corto: Russo faceva perdere le sue tracce nei meandri dei mercati virtuali. E quando alla fine qualcuno si accorgeva della truffa, capirne l’origine era un’impresa. Secondo il tenente Proto si tratta di centinaia di transazioni portate avanti in questa maniera, si parla di svariate decine di miliardi.  

 

ll capitolo Foggia

E il Foggia che c’entra in questo giro internazionale? Semplice: quell’assegno staccato da Russo per comprare la società sarebbe proprio una parte dei suoi guadagni ottenuti con il meccanismo appena descritto. Giorgio Chinaglia è un semplice uomo di paglia, un uomo immagine, che avrebbe avuto il torto di frequentare le amicizie sbagliate. Russo e Pascucci in primo luogo. Long John, che ha subìto la perquisizione della sua abitazione romana, ma non è al momento indagato, alla fine l’ha capito: “Io non so nulla di questa storia – ha dichiarato nei giorni scorsi – ho avuto solo la sfortuna di essere il presidente del Foggia per cinque mesi. Quando mi sono accorto che Russo volve sfruttare la mia immagine me ne sono andato. Durante i cinque mesi della mia presidenza non era riuscito nemmeno a pagare una lira degli stipendi ai giocatori” Giorgione si scorda che quegli azionisti era andati a cercarli proprio lui con i buoni uffici di Vittore Pascucci. Del resto non sarebbe la prima volta che le cattive amicizie rischiano di inguaiare Chinaglia. Alla Lazio ne sanno qualcosa.

Tutto qui? Forse. Gli investigatori più avanti non vanno. Il resto sono soltanto congetture. Proviamo a ipotizzare. Russo ha una grande disponibilità di soldi. Riciclati, sporchi, arrivano da transazioni fantasma. In realtà quei soldi non esistono. Il calcio potrebbe essere stata una buona lavatrice? Basta rileggere le cronache degli ultimi anni per avere la risposta.

Non è per rubare il lavoro alla Finanza, ma insomma, qualche sospetto sarà venuto pure a loro.

 Tra rogatorie e hard disk

Il sospetto gli uomini del nucleo di polizia valutaria, anche se tengono le bocche ben cucite, è che questa compagnia di anime candide avesse anche qualche altro scopo, che i soldi da lavare arrivassero anche da altri canali ben più preoccupanti che non i giochi da illusionista di Russo. Il curriculum vitae degli arrestati non è affatto rassicurante in questo senso. Adesso per il tenente Proto è il momento di un attento lavoro di lettura dei “file” contenuti nei pc di Russo, in attesa delle rogatorie internazionali che dovrebbero permettere di vedere qualche dettaglio in più di un quadro ancora troppo sfumato.

Non è un lavoro facile, anche perché a complicarlo ci si metteranno sicuramente gli avvocati dei nove arrestati. Russo è difeso da Edmondo Tomaselli, fratello dell’attuale e dimissionario presidente del Foggia Calcio che da parta sua dichiara di essere rimasto al timone soltanto per carità di patria e che la società con questa storia non c’entra niente. Avrà anche ragione lui. Poi ci sono anche due principi del foro: Gaetano Pecorella (tra l’altro presidente della Commissione giustizia della Camera) e Carlo Taormina, anzi il suo studio, visto che lui come sottosegretario agli Interni non potrebbe davvero immischiarsi in una storia del genere.

 

 

Ad un passo dal fallimento 

 di Michele Gualano   

Ultimi giorni per il Foggia calcio: o passa a nuovi proprietari oppure s’imbocca la via del Tribunale. Lo scontro Tomaselli-Galigani. I contrasti tra il presidente e Marco Russo. Le offerte di acquisto e il ruolo deciso dei custodi giudiziari

 

Marco Russo parla per bocca del suo ambasciatore, l’avvocato foggiano Antonio Dastoli. Dal carcere romano di Regina Coeli manda messaggi e combatte una nuova guerra, quella contro l’avvocato Alessandro Tomaselli, presidente del Foggia Calcio. Tomaselli ha mandato a casa il direttore generale Vittorio Galigani. Russo non ha gradito ma dalla sua cella non può fare più di tanto. E poi c’è una urgenza: la copertura dei debiti della società. Solo formalmente, oggi, il finanziere toscano con residenza a Londra è proprietario del Foggia calcio. Sul tavolo dei due custodi giudiziari della società, Davide Franco e Gian Chiarion Casoni, ci sono almeno due offerte di acquisto del Foggia. Decideranno i due, aiutati, nella scelta della cordata, dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Roma, Claudio Tortora. Il giudice che ha firmato, a luglio, l’ordine di custodia cautelare di Russo.

Ma Russo continua a ripetere: “Non voglio vendere”. Dovrà adeguarsi. Sono lontani i tempi in cui nei corridoi del calcio mercato di Forte Crest, il 33enne toscano rassicurava i suoi: “Tranquilli, compriamo altri calciatori. Io per il Foggia posso spendere fino a 500 milioni al mese”. Se la società, oggi, non sa come coprire gli oltre cinque miliardi di debiti, la colpa va ricercata anche nella baldanza giovanile di Russo, manifestata nei confusi giorni del mercato, quando, a poche ore dalla chiusura delle transazioni, il Foggia presentava costi di gestione annuali di otto miliardi e duecento milioni di lire e perdite per circa 4 miliardi. C’è chi parla di un furibondo litigio tra Russo e Tomaselli avvenuto nel box rossonero di Forte Crest. L’obiettivo della società era vendere uno dei pezzi pregiati della rosa, l’attaccante Gigi Molino. C’era la possibilità concreta di uno scambio col Messina, bloccato da Russo quando il contratto con la società siciliana era già pronto. Anzi, a Molino è stato offerto un contratto triennale con un compenso decisamente elevato per un calciatore di serie C2.

Gli ultimi guai del Foggia non sono cominciati, tuttavia, con l’arresto del suo proprietario, avvenuto il 23 luglio mentre era in vacanza a Mattinata, ma forse dopo la trasferta londinese di Russo e Giorgio Chinaglia. Quest’ultimo era ancora presidente e si era recato a Londra con il toscano per la firma del contratto di sponsorizzazione con la Victoria Fintrade. Tornati i Italia, i due avevano in tasca un assegno di quasi due miliardi di lire. Troppo, per una società di calcio di serie C2. Una spiegazione, dopo tanti mesi di giallo, c’è: la Victoria Fintrade doveva dare un compenso a Russo per alcune consulenze. A via Trieste pensarono di trasformare la parcella in una sponsorizzazione. Ma l’assegno in sterline non è stato mai incassato dal Foggia calcio. Russo, per evitare la produzione di documenti, carte e atti che giustificassero il passaggio dei miliardi tra due società di Paesi diversi, “appoggiò” l’assegno su uno dei suoi conti personali e poi girò il denaro nelle casse del Foggia. Formalmente, dunque, la società non avrebbe mai incassato i soldi della Victoria e Tomaselli, nelle ultime settimane, ha promosso una azione legale. Altra complicazione…

I guai, dunque, sarebbero cominciati durante la trasferta londinese, ma non per la sponsorizzazione, che prima dell’artificio delle parcelle di Russo avrebbe dovuto portare al Foggia “soli” 300 milioni di lire. Marco Russo non parla inglese, al contrario di Giorgio Chinaglia, il quale nel colloquio con mister Domenico Tacchi, gran capo della Victoria Fintrade, ha vestito i panni del presidente-interprete. Nel corso di quel colloquio Chinaglia avrebbe maturato l’idea di entrare in possesso del Foggia, con l’aiuto degli inglesi, scalzando Russo. Si spiegherebbe così lo scontro tra presidente e proprietario della società calcistica, avvenuto dopo qualche settimana. Chinaglia, in quei giorni, continuava a ripetere: “Il vero proprietario del Foggia sono io”. Poi fu sostituito da Alessandro Tomaselli, il quale, nelle ultime settimane, ha affermato di aver speso soldi per la società. Formalmente non esistono tracce di versamenti da parte dell’avvocato romano. Però… Poco dopo l’estate, il Foggia ha firmato una transazione con l’Ufficio Imposte che prevede la dilazione in 36 rate trimestrali dei 900 milioni di debiti che negli ultimi anni la società ha accumulato nei confronti dell’erario. La transazione è andata in porto grazie ad una fideiussione di un miliardo giunta da Roma, dalla Sic. Dietro questa garanzia c’è Tomaselli?

Ma Tomaselli ha “rotto” con Galigani e ormai non condivide nemmeno le posizioni di Russo, al quale l’avvocato romano dovrebbe rispondere. Il toscano proprietario della società rossonera, del resto, non ha accettato il licenziamento di Galigani, che a settembre lavorava per la cessione delle quote del Foggia ad una cordata di imprenditori di San Severo. L’allontanamento del direttore generale è stato contestato dal legale di Russo, Dastoli, con un fax che riportava i dettagli di un colloquio avvenuto nel carcere romano di Regina Coeli. Nel fax, Dastoli “rimetteva” anche la volontà di Russo di sciogliere il collegio sindacale. Operazione impossibile, per una società di calcio, alla luce di ferree della Figc. Il contratto di Galigani era stato rinnovato per tre anni il 21 luglio, due giorni prima dell’arresto del finanziere toscano. Lo stesso direttore generale è passato dall’essere sodale di Chinaglia ad un “patto di ferro” con il giovane toscano. Galigani ha litigato di recente con il presidente del collegio dei sindaci, Giuseppe Morano, “accusato” dal dg di mettere troppo il naso nei conti del Foggia e di frequentare quotidianamente la sede sociale. Galigani remava contro Tomaselli e Tomaselli – “sequestrato” per un giorno intero dai tifosi, il 13 ottobre scorso, destinatario di una lettera dai contenuti top secret firmata da tutti i club dei supporter, nella quale sarebbe descritta la gestione del Foggia e persino dettagli di vita privata di Russo e del direttore generale – ha licenziato Galigani e ha cominciato a lavorare per costruire una “sua” cordata. L’avvocato romano dovrebbe formalizzare ben due offerte, una firmata da “persone con interessi economici in tutta la penisola, gente dalle grandi possibilità economiche”, come ha detto lo stesso Tomaselli, e la seconda presentata da “un gruppo formato da imprenditori abruzzesi, pugliesi e romani”. C’è poi l’offerta di Pietro Belardelli, presidente del consiglio di amministrazione della società finanziaria svizzera proprietaria del pacchetto di maggioranza del Lugano calcio.

Oltre a queste tre offerte (delle quali soltanto una, però, è stata presentata ai custodi), Franco e Casoni devono valutare quella di una cordata foggiana, guidata dal radiologo Giancarlo Troia, di origini viestane. Compagno di Troia in questa avventura è Luigi Manzionna, presidente regionale del Cotup, titolare dell’albergo Baia degli Aranci di Vieste, un “quattro stelle” ampliato grazie agli otto miliardi di lire di finanziamento accordati dal Patto territoriale di Foggia.

I custodi e il gip decideranno l’11 novembre, il giorno prima della riunione, in seconda convocazione, dell’assemblea dei soci. Chi subentrerà dovrà ripianare un debito di 5 miliardi e mezzo e dovrà farsi carico della gestione ordinaria della squadra, alleggerita dallo “svincolo d’autorità” di calciatori come Molino (che del Foggia non vuole più sentir parlare e da un mese se ne sta a casa producendo valanghe di certificati medici), Vantaggiato e Gulino. E se nessuno subentrerà, la via del Foggia sarà quella del Tribunale, per la consegna dei libri contabili e l’inizio della procedura fallimentare.

 

 

L’espresso 12 agosto 2004

 

Foggia su misura

 

Si chiama Giuseppe Coccimiglio. Ha salvato il club con una ditta individuale. E fideiussioni sospette

 

Di Vittorio Malagutti

 

P

er Foggia tutta, per i maniaci del pallone ma anche per chi il calcio lo segue da lontano,, Giuseppe Coccimiglio è poco meno di un eroe, celebrato come un salvatore della patria da tv, radio e stampa locale. Merito suo se il Foggia , squadra dal glorioso passato anche in serie A, è riuscita a restare sul palcoscenico del calcio professionistico. L’anno prossimo il club rossonero, guidato dall’ex giocatore romanista Giuseppe Giannini, parteciperà al campionato di C1. E pensare che solo un paio di mesi fa il destino della società, travolta da un fallimento dopo alcune stagioni grame, sembrava segnato. Invece, nell’inedito ruolo di cavaliere bianco è spuntato all’orizzonte Coccimiglio. Con i suoi 30 anni di età, il nuovo patron foggiano è probabilmente il più giovane proprietario di una squadra di calcio professionistica. Ma, a ben guardare, non è questa la circostanza che ha provocato una certa sorpresa negli ambienti del pallone nostrano.

Non si era mai visto, infatti, che una squadra venisse costituita sotto forma di impresa individuale. Anche perché, secondo la legge, solo le società di capitali possono ottenere l’affiliazione sportiva e quindi l’ammissione al campionato. Eppure, risulta che l’attivo del club pugliese, tra cui anche i contratti dei calciatori, sarebbe stato rilevato dalla Unione sportiva Foggia calcio,un’impresa individuale costituita dallo stesso Coccimiglio. Non solo. Secondo i documenti depositati alla Federcalcio, il Foggia avrebbe ottenuto il via libera all’iscrizione al campionato di C1 grazie alla fideiussione prestata dalla Albatross invest, una società costituita a Benevento e trasferita a Roma nell’ottobre del 2003. La garanzia, quindi, non è stata prestata né da una banca né da una compagnia di assicurazione. Eppure, dopo lo scandalo delle fideiussioni taroccate che l’anno scorso mise a rumore il mondo del calcio, i vertici della Federazione guidata da Franco Carraio assicurarono che in futuro sarebbero state accolte solo fideiussioni bancarie e assicurative. A quanto sembra,   però, nel caso del Foggia e della Albatross invest è stata fatta un’eccezione.

 

 

Andiamo con ordine e partiamo dalle convulse giornate di metà maggio in cui club rossonero è finalmente riuscito a salvarsi dal fallimento. A dire il vero Coccimiglio, residente in Toscana ed ex presidente del Montevarchi, aveva già partecipato a un’asta fallimentare il 14 maggio, aggiudicandosi il Foggia per 570 mila euro. Cinque giorni dopo, però, l’aspirante patron non aveva ancora saldato il conto. E così il giudice delegato al fallimento aveva annullato l’operazione.

Colpo di scena: il 20 maggio un imprenditore agricolo di Rignano Garganico, tale Nunzio Battista, fa istanza di trattativa privata. Coccimiglio lo imita. Si apre un’altra asta e il giovane imprenditore toscano vince offrendo esattamente la stessa somma del primo tentativo contro i 150 mila euro dello sfidante. Come detto, formalmente l’attivo fallimentare viene rilevato dalla impresa individuale Unione sportiva Foggia calcio. L’’operazione è stata montata in gran fretta. Tanto è vero che la ditta che si aggiudica la squadra risulta iscritta alla Camera di commercio solo il 9 di giugno, cioè quasi 20 giorni dopo aver comprato il Foggia.

A questo punto però l’azienda calcistica andava trasferita a una società di capitali. In caso contrario la Federcalcio non avrebbe potuto concedere l’iscrizione al campionato. Detto fatto. Il 21 maggio risulta costituita, con soli 10 mila euro di capitale, la Unione sportiva Foggia srl, con Coccimiglio come azionista di controllo. Passa un altro mese e a fine giugno l’impresa individuale di Coccimiglio  trasferisce il Foggia Calcio alla società di capitali dello stesso Coccimiglio, che nel frattempo aveva deliberato un aumento di capitale fino a 1,5 milioni di euro. Come prevede la legge il prezzo del passaggio di proprietà viene deciso dalla perizia di un commercialista.

Mancava soltanto il via libera della Federazione, che arriva puntualmente a fine giugno, quando il titolo sportivo del Foggia viene assegnato all’Unione sportiva Foggia srl. Come garanzia servono le fideiussioni, che vengono concesse dalla Albatross invest di Roma. La società risulta controllata da una finanziaria con base a Montecarlo, la U.P.M. Dalle visure camerali emerge che la Albatross invest sarebbe protestata nello scorso febbraio per un assegno di 10.600 euro.  Sonoinvece 12 i protesti segnalati per l’amministratore unico Umberto Fiore. Tutto a posto, ha detto la Federazione. E così al via del prossimo campionato ci sarà anche il Foggia del giovane Coccimiglio. La città festeggia.

 

 

 

 

 

 

           

 

                              

 

 

FOGGIA STORY  - NEL GIORNO IN CUI SI DECIDE IL SUO DESTINO,LE TAPPE DELLA SQUADRA CHE HA ENTUSIASMATO GENERAZIONI.

QUASI UN SECOLO DI  " PASSIONE ROSSONERA "

 

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